Strage del rapido 904: assolto Totò Riina, l’accusa aveva chiesto l’ergastolo

Assolto. Toto Riina, il boss dei corleonesi in carcere dal 1993, non è il mandante della bomba esplosa sul Rapido 904 il 23 dicembre 1984 e ricordata come la strage di Natale. O meglio, in base all’articolo del codice di procedura penale richiamato, il 530 comma secondo, non ci sono abbastanza elementi che lo accertino e dunque viene assolto con la formula che un tempo andava sotto l’espressione di “insufficienza di prove”. Lo ha deciso ieri nel tardo pomeriggio la corte d’assise di Firenze presieduta da Ettore Nicotra al termine del processo iniziato nel capoluogo toscano lo scorso 25 novembre. E il mafioso, che ha seguito le udienze in videoconferenza dal carcere di Parma, non c’era ad ascoltare la lettura del dispositivo per ragioni di salute, come ha detto Luca Cianferoni, il suo avvocato difensore.

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L’ipotesi dell’accusa: condizionare Falcone e Borsellino

L’inchiesta che aveva portato a individuare il boss di Cosa nostra come possibile mandante era partita nel 2011 a Napoli e poi era passata a Firenze per ragioni di competenza. La riapertura dell’inchiesta, che partiva dalle sentenze passate in giudicato sulle responsabilità operative nell’eccidio che causò 16 morti e 267 feriti, si basava sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia di camorra e mafia siciliana, a iniziare da quelle del pentito Giovanni Brusca. Per i pm partenopei Paolo Itri e Sergio Amato e per l’aggiunto Sandro Pennasilico, così come Angela Pietroiusti che ha rappresentato l’accusa a Firenze, l’obiettivo della strage di Natale era quello di condizionare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che stavano lavorando a quello che sarebbe diventato il maxiprocesso di Palermo, iniziato poi il 10 febbraio 1986 e conclusosi in primo grado il 16 dicembre 1987.

Il pm aveva chiesto l’ergastolo: “Fu strage contro lo Stato”

Per questa ipotesi accusatoria, già il gip di Napoli Carlo Modestino aveva emesso il 27 marzo 2011 un’ordinanza di custodia cautelare a carico di Riina che, nel gennaio 2012, dopo il trasferimento dell’inchiesta a Firenze, era stata ritenuta legittima dalla Cassazione. E solo questa mattina il pubblico ministero Pietroiusti, nella sua requisitoria, aveva chiesto l’ergastolo per il capo dei capi di Cosa nostra: “Il ruolo contestato a Riina è quello di determinatore”, ha detto il magistrato, “lui dà un contributo decisivo e importante. Fu solo con la sua autorizzazione che fu fornito l’esplosivo a Pippo Calò. Ci vuole la prova che il soggetto abbia dato un apporto causale alla realizzazione dell’evento e di prove ce ne sono molteplici”. E ha concluso che quella avvenuta a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, fu “una strage contro lo Stato”.

L’esplosione nella galleria della Direttissima, come per l’Italicus

Le prime fasi delle indagini dopo l’esplosione del 23 dicembre 1984 furono svolte dalla procura di Bologna e stabilirono che la bomba deflagrò perché innescata da un dispositivo elettronico azionato mentre il treno imboccava la galleria della Direttissima tra Firenze e Bologna, com’era accaduto il 4 agosto di 10 anni prima con la strage del treno Italicus (12 morti e 48 feriti). Nel tunnel, mentre il convoglio in ritardo marciava a 150 chilometri orari, lo scoppio. Poi, passato il fascicolo a Firenze, si arrivò ad arrestare due uomini, Guido Cercola e Giuseppe Calò, detto Pippo, considerato il luogotenente e il cassiere di Cosa nostra a Roma. L’artificiere, invece, era il tedesco Friedrich Schaudinn, sparito poi nel nulla. La vicenda processuale seguì negli anni fasi alterne, tra condanne, assoluzioni e rinvio alla corte d’appello di Firenze.

I precedenti processi: attentato di “matrice terroristico-mafiosa”

Il 24 novembre 1992 si tornò di nuovo in Cassazione che, per la strage di Natale, condannò all’ergastolo in via definitiva Pippo Calò, Guido Cercola, Franco D’Agostino e Friederich Schaudinn. Riconobbe inoltre che si trattava di un attentato di “matrice terroristico-mafiosa” che vedeva coinvolti personaggi della camorra, della mafia e del terrorismo nero. E da qui era ripartita l’indagine giunta a sentenza di primo grado oggi. Da sottolineare infine un elemento emerso nell’udienza dello scorso 12 gennaio, quando fu sentito come teste Gianni Vadalà, l’esperto a cui la procura di Firenze ha affidato la perizia sulla miscela esplosiva, composta da Semtex H, tritolo, Tnt e Brixia B5: “Con l’esclusione della strage di Capaci, dove fu utilizzato l’Anfo, l’esplosivo delle stragi avvenute in Italia dal 1984 al 1993 è compatibile”. Così come compatibile lo è con i depositi trovati a Poggio San Lorenzo (Rieti), in una casa riconducibile a Pippo Calò, dopo la strage del 1984 e in contrada Giambascio, a San Giuseppe Iato (Palermo), nell’arsenale di Giovanni Brusca scoperto nel 1996.

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