Ero gay, mia madre mi mandò in terapia e ora ho moglie e figli. Eppure…

Cara Anna,
ho cinquant’anni, sono sposato e ho due figli. Credo di essere un buon padre e un buon marito. Io e mia moglie siamo una coppia normale, con i nostri alti e bassi, gioie e dolori come tutti. Mi ritengo soddisfatto della mia vita affettiva.
Quando ero giovane, mia mamma, che ora non c’è più, si accorse che frequentavo assiduamente ragazzi e che non avevo mai una fidanzata e si preoccupò. Prese un po’ d’informazioni e non ci mise molto a scoprire il mio segreto: ero omosessuale.
Mi affrontò, mi disse che sapeva e che voleva aiutarmi. Iniziai un percorso di analisi e scoprii che la mia omosessualità non era altro che un modo per risolvere senza affrontarla la mia paura dell’altro sesso. Ci vollero tre anni di terapia, ma alla fine iniziai una vita sessuale e affettiva etero; dopo qualche anno incontrai mia moglie, ed eccomi qua.
Forse, se a quei tempi essere omosessuali fosse stata considerata una cosa normale, se ci fosse stato il matrimonio gay, mia madre, pur soffrendo della mia condizione,  non mi avrebbe costretto a fare l’analisi e io sarei un gay sposato, magari con figli adottati e non sarei la persona che sono, soddisfatta e tranquilla.
Ho un solo cruccio: non ho mai raccontato a mia moglie questo mio passato omosex.

Così, ora che tanto se ne parla e che c’è stata anche la sentenza della Corte Suprema in America, vorrei confessarle la verità, ma temo che potrebbe sconvolgerla.
Antonio

aaaAnnaPavignano

Caro Antonio,
come dice l’amico Crozza nella sua divertentissima imitazione di Razzi,  “No, io questo non credo”. Io credo che se davvero la tua omosessualità fosse stata solo una copertura alla tua eterosessualità (in genere è proprio il contrario), avresti trovato un modo per individuare da solo la tua vera strada. Perché l’analisi è spesso molto utile, ma la vita ha i suoi percorsi per farci incontrare noi stessi, anche quando non facciamo un’ analisi o una terapia: basta un incontro, la parola di qualcuno detta al momento giusto, un libro di quelli che ti cambiano la vita e, soprattutto, la capacità di guardarsi dentro e mettersi in crisi da soli.
Però hai anche ragione, la vita che ognuno di noi conduce è solo una delle molteplici possibilità che ci sono state offerte.

Quindi forse è anche possibile che tu, senza l’intervento di tua madre e dell’analisi, avresti avuto una vita diversa, ma forse non meno valida di questa. Ognuno di noi ha una sola storia, ma forse ne sarebbero possibili altre mille che non si sono realizzate.
Ma caro Antonio, la tua storia raccontata in questo momento in cui si parla di matrimonio gay, al di là del fatto di essere proprio la tua, e quindi degna d’interesse per noi che la leggiamo, che cosa dovrebbe essere? Un suggerimento a non dare la possibilità a chi è invece certo di essere omosessuale, di avere uguali diritti?

L’auspicare un’analisi di massa prima di decidere i propri gusti sessuali, per essere proprio sicuri che siano quelli giusti? Psicologi e psicoanalisti sarebbero sicuramente contenti per l’incremento dei loro proventi.
Io credo che questa sentenza della Corte Suprema  sia un balzo in avanti non solo rispetto al fare diventare “uguali” le diversità,  ma sia uno scossone  al  moralismo in genere.

Sarà più difficile adesso,  dopo che per tanto tempo il comportamento omosessuale è stato considerato oltre che diverso anche immorale, appellarsi ad un superficiale senso comune della moralità, quello che porta a giudicare ‘cattiva’ qualsiasi azione non sia semplicemente  un  adeguamento a ciò che ci viene imposto dalla mentalità benpensante e anche un po’ becera che troppo spesso ci circonda. Si modificherà, anche di poco, il senso comune della morale che in questo momento ha perso qualsiasi spinta all’autocritica e al cambiamento.

Forse impareremo a giudicare con meno superficialità le vite degli altri.
Rispetto al tuo cruccio, invece, quello di non aver mai confessato a tua moglie il tuo passato, ti suggerirei di andarci cauto. Non conosco il vostro rapporto, non conosco tua moglie. Ma se in tanti anni non hai trovato il modo di raccontarle (già il fatto che tu usi la parola “confessare” mi preoccupa. ) quel pezzo della tua vita che comunque ti appartiene, non credo che il fatto che l’omosessualità sia diventata argomento di discussione sociale possa creare le condizioni per farlo.

La verità è un bene delicato, che va usato con attenzione e spesso bisogna sopportarne da soli il peso, per evitare inutili disastri.

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