Biancavilla, la moglie confessa: “L’ho ucciso perché non ne potevo più”

Svolta nell’omicidio di Biancavilla, nel catanese. Non c’è stata nessuna rapina e non c’era nessun rapinatore. L’omicida era lei, la moglie della vittima. A non tornare sono stati diversi dettagli della ricostruzione fornita da Vincenzina Ingrassia (entrambi nella foto grande e Vincenzina anche nella foto sotto): il racconto dell’irruzione, la descrizione dei due presunti rapinatori incappucciati e armati di pistola, la colluttazione con il marito Alfio Longo (nell’immagine di apertura, con la casa del delitto sullo sfondo), legato con strisce ricavate da un lenzuolo strappato. Poi le botte perché di roba da rubare in casa non ce n’era, i colpi alla testa inferti con un ceppo di legno e la morte dell’uomo.

Trovate piante di marijuana e armi

Ma secondo gli inquirenti tutto questo non era mai avvenuto, non almeno per come aveva detto la donna, 63 anni, lo dicevano i riscontri scientifici e allora lei, sottoposta a un “estenuante interrogatorio”, alle 5 del mattino ha confessato: non ce la faceva più delle continue violenze di lui, un elettricista di 67 anni, durate per 4 decenni nonostante non risultino denunce contro di lui, né recenti né datate. E c’è un ulteriore retroscena emerso dopo il sopralluogo degli investigatori: nella casa c’era una ventina di piante di marijuana nascoste tra i filari di una vigna sul retro e alcune armi, una pistola rubata un fucile calibro 12.

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Lavoro coordinato da più reparti investigativi

Per giungere al fermo di Vincenzina Ingrassia, accusata ora dell’omicidio avvenuto nella sua abitazione a Biancavilla, in provincia di Catania (sotto un’altra immagine della casa), il lavoro è stato complesso, dato che ha richiesto l’intervento dei carabinieri del comando provinciale di Catania, militari dell’anticrimine di Palermo e Catania, uomini del reparto crimini violenti del Ros e gli investigatori del Ris di Messina. Così, in base alle verifiche dell’Arma e al coordinamento della procura della Repubblica di Catania, attraverso il lavoro del pm Michelangelo Patané, ecco l’accumulo di indizi a carico della donna.

Incongruenti le prime ricostruzioni della donna

Gli accertamenti sono iniziati subito dopo che la stessa Vincenzina Ingrassia aveva dato l’allarme sostenendo di averlo fatto non appena era riuscita a liberarsi. Ma le incongruenze nel suo racconto hanno fatto storcere il naso agli inquirenti: possibile che l’assenza di denaro e di preziosi avesse provocato una reazione tanto violenta da parte di una coppia di rapinatori? E poi c’è quel pezzo di legno, di quelli da ardere, con cui lei era stata colpita alle gambe.

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Con quel pezzo di legno era stata picchiata poco prima

La realtà è che quel ceppo di legno è stato usato contro di lei ieri sera, dopo l’ennesimo litigio con il marito. Malmenata ormai una volta di troppo – ha detto confessando – ha atteso che Alfio Longo si addormentasse e poi, disperata, l’ha afferrato e ha cominciato a colpirlo al capo, uccidendolo. Quindi ha inscenato una rapina mai esistita e ha chiamato i carabinieri. Gli stessi che, dopo la confessione, l’hanno accompagnata nel carcere catanese di piazza Lanza, in attesa dell’udienza di convalida, che si terrà nei prossimi giorni.

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