Home restaurant, parte la petizione: “Salviamo il social eating”

Dopo i taxi, i ristoratori: dopo Uber, il social eating. Mentre a Milano un giudice dichiarava illegale il servizio di noleggio auto con conducente fatto da privato a privato, più giù, a Roma, il ministero dello Sviluppo emetteva un regolamento che mette fuori legge chiunque si sogni di condividere la propria cucina di casa a pagamento.

 

Migliaia di cooker “abusivi”

A essere accusati di concorrenza sleale sono questa volta gli “homecooker”, coloro che appoggiandosi a portali come Gnammo o NewGusto organizzano cene con sconosciuti a casa propria, il più delle volte occasionalmente, dietro un compenso che può essere anche un semplice concorso spese.
Secondo la risoluzione tutti costoro, – circa 3.000, dicono le stime ufficiali, anche se gli “chef” iscritti solo a questi due portali sono molti di più – prima di ospitare chiunque dovrebbero ottenere le stesse autorizzazioni che vengono richieste agli esercizi pubblici.

 

Il ministero: “Autorizzazioni come i ristoranti, o niente cene”

Per più di tre anni gli home restaurant hanno organizzato le loro cene social senza che nessun requisito fosse richiesto loro, e con gli unici obblighi di emettere ricevuta e fatturare meno di 5.000 euro all’anno, come per tutte le attività occasionali.
La disposizione segna però una svolta non da poco, e, se sarà seguita da una norma vera e propria taglierà loro le gambe definitivamente. Arrivata dopo la segnalazione di una Camera di Commercio, che ha sollecitato il ministero a “chiarire come configurare l’attività di cuoco a domicilio e se tale attività possa rientrare fra quelle soggette alla Segnalazione Certificata di Inizio di Attività (Scia) da presentare al Comune di residenza”, la risoluzione numero n. 50481/2015 stabilisce che chiunque pratichi l’home cooking deve possedere “requisiti di onorabilità nonché professionali (di cui all’articolo 71 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59 e s.m.i.), ed è tenuto a presentare la Scia o a richiedere l’autorizzazione, nel caso si tratti di attività svolte in zone tutelate”.

 

I portali: “Solo un parere”

Addio social eating? Al momento la risoluzione non ha provocato grandi scossoni, anche se qualcuno, come la piattaforma Homerestaurant.com, parla di una vera e propria stangata che sta scoraggiando la sharing economy e le nuove aperture. Non la pensano così i titolari di piattaforme come Gnammo e New Gusto.
Il primo ha fatto subito sapere ai suoi associati che quello del ministero è “parere” e non legge, “che prova a fare un primo passo verso una regolamentazione di un’area oscura della legislazione italiana”.
“Equiparare gli home restaurant alle attività di somministrazione di alimenti e bevande, come fa quel documento, sarebbe come equiparare a un commerciante chiunque venda oggetti su ebay”, dice a Consumatrici.it Cristiano Mazzocchetti, cofounder di NewGusto. Che chiarisce: “Gli home restaurant non devono temere perquisizioni e blitz: la Guardia di Finanza non può entrare nelle case private senza il mandato di un magistrato”.
Difficilmente, dunque accadrà ciò che è successo qualche anno fa in molte città italiane, dove l’offensiva degli albergatori nei confronti dei Bed and Breackfast iscritti al portale Airb&b si trasformò in una valanga di denunce e di ispezioni delle Fiamme Gialle.

 

Qualcuno si adegua

Fatto sta che l’offensiva potrebbe scoppiare da un momento all’altro.
C’è chi, come Gianluca Ranno di Gnammo, invita a discuterne: “Abbiamo invitato a un tavolo i rappresentanti delle categorie competenti, per discutere, trovare una via normativa che metta tutti d’accordo. I privati che aderiscono alla nostra rete non sono professionisti, propongono un nuovo modo di condividere la passione per il cibo. E i più avveduti tra i ristoratori si stanno adeguando alle nuove esigenze dei consumatori”, aggiunge. “Su Gnammo già un paio di loro hanno iniziato a promuovere cene ‘social’ in determinati giorni alla settimana: menù fisso a tema e locali riservati. È un modo intelligente per diversificare l’offerta”.

 

Homerestaurant.com: “Via alla petizione”

Di più sta facendo la piattaforma homerestaurant.com, che si prepara a sbarcare in rete.
“Abbiamo lanciato una petizione on line su Change.org per chiedere l’approvazione del DDL s. 1271 del 27/02/2014. In pochi giorni sono state raccolte oltre 3.000 firme affinché l’Attività di Home Restaurant venga normata con regole chiare e snelle”, dice Giambattista Scivoletto, che ha ideato e cura il lancio del portale. “La caccia alla streghe effettuata tramite denunce per esercizio di attività illegale e il conseguente parere del Ministero dello Sviluppo Economico hanno dato una stangata agli Home Restaurant. Questa reazione ci sembra un nonsenso. L’Home Food è una importante ed efficace oppurtunità occupazionale e di promozione del territorio attraverso la formula familiare e casalinga, già sperimentata, seppur in forme diverse, con i bed and breakfast, oggi fiore all’occhiello della ricettività nazionale. La cucina delle nonne, custodi delle preziose tradizioni regionali, va tutelata, non perseguita: l’Home Food è esattamente questo”.

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