Tiroide: “Donne più a rischio, i sintomi da non sottovalutare”

Sentirsi stanchi, affaticati, giù di tono: capita facilmente, specialmente in questa stagione. Se queste sensazioni tendono a non passare, però, potrebbero essere un segnale che la tiroide non sta funzionando come dovrebbe. “L’ipotiroidismo è caratterizzato da sintomi generici, che non necessariamente fanno puntare il dito subito verso la tiroide”, conferma il professor Andrea Giustina (nella foto sotto), primario di endocrinologia dell’Irccs Ospedale San Raffaele e docente ordinario di endocrinologia e metabolismo all’Università Vita-Salute San Raffaele.

“Oltre a quelli sopra detti”, ha aggiunto il medico, “vanno tenuti d’occhio anche altri sintomi, come aumento di peso, depressione, intolleranza al freddo, stipsi, colesterolo elevato. Succede così che molte pazienti – la patologia si declina soprattutto al femminile – vengano viste da diversi specialisti prima di arrivare all’endocrinologo”.

Che cos’è la tiroide e a che cosa serve?

“La tiroide è una piccola ghiandola a forma di farfalla situata nella parte anteriore del collo, alla base della gola. Ha un ruolo fisiologico fondamentale: regola il metabolismo (aumentando la lipolisi e contribuendo, tra l’altro, all’utilizzo del colesterolo e degli acidi grassi come substrato energetico), lo sviluppo cerebrale e scheletrico fin dalla vita fetale, il battito cardiaco, la temperatura corporea, e altro ancora. Per svolgere queste attività, si avvale principalmente di due ormoni, che produce: la triiodotironina (detta anche T3) e la tiroxina (detta anche T4). La produzione di T3 e T4 è a sua volta finemente regolata da un ormone dell’ipofisi, il TSH”.

Che cosa c’è dietro a una tiroide che funziona poco?

“La causa più frequente del cosiddetto ipotiroidismo primitivo, cioè una disfunzione specifica della ghiandola che comporta una ridotta produzione di ormoni tiroidei, è la tiroidite di Hashimoto. Nota anche come tiroidite cronica linfocitaria, è una malattia autoimmune che insorge più frequentemente nell’adolescenza o intorno alla menopausa”, spiega lo specialista. “Altre cause d’ipotiroidismo possono essere la carenza di iodio, determinata da un’alimentazione carente di questo minerale e l’asportazione totale o parziale della tiroide”.

C’è una familiarità?

“Sì, la componente familiare è significativa: non c’è un’ereditarietà diretta, ma una predisposizione verso l’insorgenza di patologie tiroidee. Ecco perché sarebbe opportuno che il medico di famiglia, di fronte a una persona che presenta i sintomi che abbiamo detto e con una familiarità per tireopatie, focalizzasse l’attenzione sulla tiroide prima di intraprendere percorsi con altri specialisti. In particolare, sarebbe bene individuare eventuali problemi tiroidei in prossimità di una gravidanza, periodo in cui la funzionalità della tiroide è estremamente importante, dato che gli ormoni tiroidei devono supportare sia la donna sia il nascituro, la cui tiroide inizia a funzionare solo attorno alla dodicesima settimana”.

Ma si può in qualche modo prevenire?

“Per quanto riguarda la forma autoimmune, c’è poco da fare. Per quel che concerne invece la funzionalità della ghiandola, può essere importante l’utilizzo di sale iodato. Lo iodio è la materia prima con cui si sintetizzano gli ormoni tiroidei: una tiroide che non ha una funzionalità perfetta, si può senz’altro giovare di questo supporto, soprattutto se la persona vive in un’area geografica iodio carente, delimitata da catene montuose o molto lontana dal mare”.

Qual è il fabbisogno giornaliero di iodio? Non c’è rischio di assumere troppo sale?

“Il nostro fabbisogno di iodio è di circa 150 microgrammi al giorno. Ogni grammo di sale addizionato con questo minerale ne contiene 33 microgrammi. Il che significa che 4-5 grammi di sale al giorno sono più che sufficienti per un’integrazione adeguata”.

Come si arriva alla diagnosi di ipotiroidismo?

“Oltre alla valutazione dei sintomi, è sufficiente un semplice esame del sangue, che valuti i livelli di TSH. Nelle persone con ipotiroidismo i livelli di questo ormone sono particolarmente elevati perché l’ipofisi cerca in tutti i modi di stimolare la produzione di T3 e T4, presenti in quantità non adeguata nel sangue”.

Qual è la terapia? E perché a volte non funziona?

“La terapia in genere si basa sull’assunzione, per via orale, di tiroxina sintetica (T4): in una certa percentuale di pazienti (circa il 20%), la risposta dell’organismo, tuttavia, non è tale da produrre gli effetti desiderati e ripristinare la situazione fisiologica. In questi casi selezionati, è opportuno associare alla tiroxina l’altro ormone tiroideo, T3. Non lo si fa sempre in quanto la somministrazione di T3 è un po’ più complessa: l’assunzione deve avvenire tre volte al giorno e può dare effetti collaterali (assenti, invece, con la T4 a dosaggio sostitutivo)”.

Riguardo alla tiroxina sintetica, oggi ci sono novità che riguardano la formulazione del farmaco, di che cosa si tratta?

“Le compresse classiche di tiroxina necessitano di essere assunte una sola volta al giorno, ma tassativamente a digiuno e almeno 30 minuti prima della colazione: questo rappresenta per alcune pazienti un aspetto di scomodità e quindi di scarsa compliance alla terapia. Per ovviare a questo disagio, oggi sono state rese disponibili nuove formulazioni liquide o in capsule molli, che rendono la terapia più agevole e meno impegnativa da questo punto di vista”.

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