Coronarie e novità, l’esperto: “Le tecniche oggi sono sempre meno invasive”

È un momento di evoluzione, questo, per la cardiologia interventistica. Le novità riguardano soprattutto il settore coronarico.

Vediamo quali sono insieme al dottor Ferdinando Varbella (nella foto sotto), primario della Divisione di Cardiologia ed Emodinamica dell’ospedale di Rivoli (To) e membro del Consiglio direttivo nazionale della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (Gise).

a-cardiologo

 

Minore invasività degli interventi, anche nelle situazioni di emergenza

“Oggi in Italia il numero di interventi sulle coronarie è di circa 145.000 l’anno, di cui 35.000 riguardano occlusioni improvvise (infarto miocardico)”, ci spiega il dottor Varbella.

E continua: “Se il primo dato si mantiene abbastanza costante, il secondo è invece in aumento. Questo significa che sempre più angioplastiche coronariche vengono eseguite in corso di infarto. Siamo dunque in grado di trattare con tempestività ed efficacia anche le situazioni di emergenza, senza dover ricorrere alla chirurgia”.

 

Accesso per via radiale, senza anestesia

“Nell’80 per cento dei casi si procede per via radiale, cioè dal polso anziché dall’inguine, una metodica molto poco invasiva, che consente al paziente una mobilizzazione rapida (terminato l’intervento, è già in grado di alzarsi in piedi). In più, senza anestesia generale e senza cicatrici”.

 

Tecniche diagnostiche sempre più precise

“In caso di occlusione coronarica parziale, in genere si interviene quando il restringimento supera il 75 per cento. Non sempre, però, la stima visiva riesce ad essere accurata”, osserva lo specialista.

“Oggi nuove metodiche consentono misurazioni estremamente più precise: un sondino (inserito sempre per via radiale) permette di visualizzare dall’interno la coronaria. È possibile inoltre misurare la pressione del sangue, e quindi valutarne il flusso, dentro il vaso sanguigno”.

 

Materiali innovativi

“La dilatazione ottenuta col semplice palloncino, nel tempo andava incontro a recidiva. Per ovviare a questo inconveniente, si è ricorsi a protesi metalliche (stent) rivestite di farmaci che impedissero all’arteria di restringersi nuovamente”, spiega l’esperto.

“Oggi le protesi intracoronariche sono realizzate in materiali nuovi (come la lega di magnesio), che “aprono” l’arteria occlusa, rilasciano il farmaco e poi si sciolgono, nel giro di qualche anno”.

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