Autobiografia di Tommaso Capolicchio, figlio di un sex symbol

Chi frequenta Facebook, sa bene che c’è un misterioso algoritmo che riesce a sapere tutto di noi: se ci servono occhiali, che libri leggiamo o dove ci piace andare in vacanza. Nessuno stupore perciò, se si incappa nella pagina: “Noi che siamo sopravvissuti agli anni ’60, ’70, ‘80, personalizzata a seconda del proprio anno di nascita.

Infanzie vissute spesso a giocare per strada, senza cellulari, caschi o cinture di sicurezza, succhiando ghiaccioli dai dannosi coloranti e con poco più di un canale televisivo a disposizione.

Quale che sia la nostra generazione, sopravvivere all’infanzia e diventare adulti, non è mai stato facile, tanto più se uno è un maschio, gracile, sensibile e introverso, figlio di genitori separati, in balìa di un ingombrante, se pur affettuoso e presente, universo femminile.

Se poi il suddetto bambino è figlio di “un attore talentuoso e sexy che incarnava il ruolo del ribelle trasgressivo nel cinema proprio intorno al ’68”, quel Lino Capolicchio, bello, biondo, e apparentemente angelico, che più o meno tutte abbiamo amato nel film “Il Giardino dei Finzi Contini”, ma che è andato via di casa quando il suo bambino aveva solo otto anni, allora l’avventura di diventare grandi, risulta ancora più complicata.

È con voce ironica, ma anche coraggiosa e a tratti commovente, che Tommaso Capolicchio, classe 1972, sceneggiatore, autore di teatro e Dj per gioco, racconta il suo percorso di crescita, nel libro “Figlio di un sex symbol… e altri disastri” (Biblioteca Clueb editore), e confessa la difficoltà nel prendere le distanze da quel padre così ingombrante da una parte, e così poco presente dall’altra.

 

Un bambino e due nonne

Ad accompagnare la sua infanzia e la sua adolescenza, una nonna istriana poco incline ai sentimentalismi ma cuoca sublime, una nonna pugliese estrosa e imprevedibile, che lo porta di nascosto a vedere i film di Pozzetto, una madre ironica e volitiva (la sceneggiatrice Paola Pascolini) che forse avrebbe voluto una bambina e non esita a imporgli un completino fucsia, e una lunga serie di ambigue babysitter, bizzarre domestiche, numerose amiche, molte amatissime compagne.

Tommaso si è prestato a raccontarci qualcosa di più sul suo libro e sulla sua famiglia -“un incrocio tra Almodovar e Kramer contro Kramer “-, ma anche a portarci la testimonianza di chi è cresciuto assistendo a “cambiamenti epocali che hanno caratterizzato questo passaggio di secolo.”

 

Com’è nata l’idea di pubblicare questi tuoi ricordi?

 L’idea è nata, perché io avevo scritto dei raccontini su Facebook. La “Clueb Editore”, che generalmente si occupa di testi universitari, stava cercando di aprire anche alla narrativa un po’ più leggera, così un amico che lavora lì, mi ha chiesto se sarei stato in grado di trasformare questi raccontini in un libro di almeno 160 pagine. A me l’idea faceva molto piacere e sono arrivato a 250 pagine, aggiungendo altri racconti ai primi, che avevano tutti come tema l’infanzia e l’adolescenza, e assumendomi il compito di tratteggiare una biografia più completa.

Il titolo del libro fa riferimento a tuo padre, sex symbol degli anni ‘60/’70, tuttavia a colpire è proprio la quasi totale assenza di questa figura, a favore di un mondo soprattutto al femminile, dove le donne sono un po’ il motore propulsivo della tua vita. Quanto hanno influenzato la tua visione del mondo?

Il sex symbol c’è poco nel libro, perché una volta andato via di casa è stato un po’ assente, quindi ad essere presente era soprattutto la figura materna. Ho sempre avuto una grande passione per le donne e la loro personalità, e la mia è stata una visione del mondo molto femminile, però mai imposta, sempre ricercata volontariamente. A mia volta, sono stato spesso cercato dalle donne, per questo motivo i riferimenti maschili per me sono stati complicati, perché mi sono sempre trovato più vicino alla complessità femminile. Dalle donne ho preso molti stimoli per il mio lavoro, le ho sempre trovate più divertenti e mi trovo bene ad analizzare i personaggi femminili.

E poi sì, intorno a me, c’era questa famiglia un po’ matriarcale, che sosteneva quasi tutto.

Un’altra protagonista del tuo libro è Roma, soprattutto un quartiere e un particolare tipo di ambiente. A casa tua passavano attori, registi, musicisti, un mondo che, in quegli anni, forse era possibile trovare solo in quella città. Quanto è stato fondante per te crescere in questo tipo di atmosfera?

È una cosa molto strana, se ad esempio oggi ascolto un disco di De Gregori, mi sembra di sentire un amico, perché effettivamente lui veniva davvero a casa nostra a suonare dal vivo. Mi riporta subito alla mia infanzia, in maniera quasi viscerale, però chiaramente io ero piccolo, e lui era un amico di papà.

Poi, quando mio padre è andato via, piano piano la casa si è svuotata, in tutti i sensi.

Nella prima parte della mia infanzia, era una casa sempre piena di artisti, ma anche di libri, dischi, quadri, cataloghi d’arte, ricca di stimoli di vario tipo, e questo mi ha sicuramente influenzato. Il contraltare è che la mia è stata una vita un po’ privilegiata, ma anche molto lontana dalla città all’esterno, forse pericolosa, ma vitale. Mi sono sentito sempre un po’ protetto, “nella bambagia”. Quando ho cominciato a viaggiare da solo, in Inghilterra e con l’interrail, mi sono reso conto che c’era un mondo al di fuori di Prati, un quartiere strano, tranquillo, borghese, raccolto, molto piemontese in realtà.

Per quelli nati negli anni ’60 e ’70, nel libro ci sono molti riferimenti a modi di vivere a anche a veri e propri oggetti che non esistono più. Penso ad esempio ai travel cheque, piuttosto che al giradischi, al Subbuteo o alla consuetudine, ormai quasi perduta, di scrivere lettere. Come pensi che verrà accolto il tuo libro, dai ventenni di oggi?

Questa è una domanda interessante, per la quale non ho una risposta. Quando ho scritto il libro, mi sarei subito perso se avessi dovuto considerare anche i lettori più giovani, ho semplicemente aperto le cataratte della memoria e lasciato fluire i ricordi, senza preoccuparmi di spiegare niente. Ci sono molti riferimenti anche musicali, a gruppi e canzoni degli anni ’80, che non è detto che tutti conoscano, però sarebbe stato limitante dovermene preoccupare.

Tuttavia, sono convinto che ci siano delle dinamiche comuni agli adolescenti di ogni generazione, alcuni sentimenti universali, che credo possano colpire l’immaginario anche dei più giovani. Sono curioso di scoprire se è vero.

Mi sembra che due cose per te abbiano un potere salvifico: la musica e la corsa.

Sono arrivate in maniera molto differente. La musica mi ha sempre accompagnato e tenuto compagnia, e ha avuto una funzione consolatoria da una parte, ed esaltante dall’altra. Quando tempo fa ho deciso di fare il Dj, più che altro per divertimento, non per lavoro, mi sono concesso la possibilità di utilizzare questa mia passione.

La corsa è una conquista da quarantenne, perché ho scoperto solo dopo i 40 anni, che con il mio fisico potevo reggere le distanze lunghe. Se qualche scemo di professore mi avesse indirizzato verso l’atletica leggera, e mi avesse detto che non sarei stato male nel mezzo fondo, forse non sarei diventato un campione, però mi sarei divertito molto di più. Correre è anche un momento per rimanere da soli, che ti scegli tu e dove non dipendi da nessuno. Poi quando corro sento la musica, quindi incrocio le mie due passioni. Vanno di pari passo.

Tu, tuo padre e tua madre, siete accomunati dall’amore per San Costanzo, il paese nelle Marche, dove trascorrevate le vacanze estive, come tutti i luoghi dell’infanzia, una sorta di zona neutra, un non luogo, al di fuori della vita di tutti i giorni. Che cos’altro pensi di avere in comune con i tuoi genitori?

Credo di aver ereditato da entrambi l’ironia, anche se tra di loro sono ironici in maniera molto diversa. Però tutti e due usano l’ironia per dirti o non dirti delle cose, un po’ come schermo, ma anche come spada. E’ un modo di comunicare. E poi credo di aver preso da loro, una grande curiosità e anche un po’ di ambizione. Mio padre lo è in maniera più estrema, avventate e diretta, mia madre in maniera molto più sottile.

E sicuramente la passione per le cose belle: libri, dischi, arte.

 

 

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