“il Salvagente”: una testata si compra, una storia no

Circolano in questi giorni versioni edulcorate – diciamo così – della crisi che portò (dopo ben 22 anni di vita difficilissima e quasi “eroica”) alla fine dell’esperienza di Salvagente settimanale.

Si legge anche di una presunta continuità di una nuova e diversa “cosa”, con quella che è stata un’esperienza unica in Italia.

Anzi l’EditorialeNovanta srl, che fa capo a Matteo Fago, ha riportato in edicola la testata Il Salvagente sotto forma di mensile e ha modificato la vita di questo nuovo prodotto, presentandolo come il numero 1 del 26° anno.

Ma si tratta di una disinvolta manipololazione della realtà. Se, infatti, una testata si può acquistare a un’asta fallimentare, come ha fatto l’EditorialeNovanta,  la storia ultraventennale del settimanale dei consumatori e della sua redazione – completamente estromessa dal nuovo prodotto – non è e non sarà mai in vendita, per quanto si cerchi di raccontare nelle gerenze.

Giova quindi, a nostro parere, pubblicare un documento ufficiale che racconta – molto oggettivamente – i come e i perché della crisi che portò alla fine dell’esperienza del Salvagente settimanale e della cooperativa che lo editava.

Qui di seguito il testo.

Il documento della liquidazione del Salvagente (luglio 2014)

•    Ventidue anni fa, un gruppo di giornalisti e di poligrafici – ex Unità e Rinascita – diedero vita alla cooperativa Il Salvagente, rilevando la testata da un editore vicino all’Unità che, dopo pochi mesi di vita, aveva deciso di mettere il settimanale in liquidazione. 
Ci vollero più di 3 anni per arrivare al finanziamento per l’editoria, ma i soci riuscirono “eroicamente” a resistere impegnando nell’impresa tutte le loro liquidazioni e non percependo per molti mesi una sola lira di stipendio (allora c’erano ancora le lire!).

Dopo 22 anni, Il Salvagente (ora anche on line) è tornato alla liquidazione da cui era partito. Speriamo che, come allora, la storia possa riprendersi e continuare.

CHE COSA È SUCCESSO
•    L’andamento generale dell’economia italiana, quello dell’editoria e, in particolare, quello delle testate edite dalla nostra cooperativa non ci consentono più di andare avanti. La situazione per la cooperativa non era più sostenibile.

Tre crisi: la prima l’editoria

L’ultimo bilancio predisposto – quello per il 2013 – sopporta i colpi di tre crisi.

La legge per l’editoria
Esaminiamole: la legge per l’editoria ha ridotto negli ultimi anni drasticamente i contributi. Da quando è stato soppresso il cosiddetto “diritto soggettivo”, infatti, si è passati da 400.000/500.000 euro di contributi annuali ai 300.000 del bilancio che vi presentiamo. Molte modifiche di norme sono avvenute “a bilancio in corso”, senza nessuna possibilità di intervenire.
Per il 2014 è previsto un ulteriore calo dei finanziamenti. Si parla di 150.000 euro. Sul futuro c’è incertezza assoluta.
È evidente che la funzione stessa della legge in questo modo viene, progressivamente, negata. Nessuna azienda è in grado di resistere, viste anche le difficoltà del settore, con un taglio così netto in entrate che una volta erano certe.
In realtà, non avendo il coraggio di attaccare frontalmente la normativa sull’editoria, né di intervenire nel merito tagliando i contributi a imprese “fasulle”, si è proceduto a un attacco trasversale, che ha indebolito via via le aziende “vere”, riducendo anno dopo anno i contributi.
Da notare che, anche se piccole, cooperative come la nostra sono “strutturate”. Hanno dei dipendenti, non sfruttano il precariato o il lavoro nero, sono soggette al pagamento di tutti i contributi, altrimenti non accedono ai finanziamenti.
Non sono, cioè, aziende del volontariato, ma hanno alle dipendenze un gruppo di professionisti, sia giornalisti che poligrafici, da pagare in base ai contratti collettivi nazionali di lavoro.

La seconda crisi: le banche
Sulla sorte del Salvagente ha pesato anche il credit crunch, la “stretta del credito”, che si è abbattuta in maniera selvaggia sull’economia italiana.
Nel nostro caso, Banca Etica, la nostra principale banca di riferimento, ci ha assicurato per 20 anni e fino a 3 anni fa un “castelletto” di 150.000 euro l’anno, sul quale potevamo “poggiare” le fatture della pubblicità per ottenere delle anticipazioni a rotazione, nel senso che quando un’azienda pagava una fattura, se ne poteva presentare un’altra: con questo meccanismo siamo andati avanti senza particolari problemi di liquidità, almeno per quanto riguarda gli stipendi dei dipendenti.

La crisi del sistema bancario ha fatto sì che Banca Etica e poi anche Mps troncassero dalla mattina alla sera ogni anticipazione.
Abbiamo provato ad aprirci un altro canale con Banca Prossima: ma anche qui abbiamo incontrato difficoltà nelle anticipazioni, perché Prossima chiedeva che le aziende committenti della pubblicità riconoscessero su un apposito modulo il debito nei nostri confronti. Questo meccanismo si è dimostrato inattuabile perché nessuna grande azienda (compresa Banca Intesa, che è la “mamma” di Prossima) ha chi compila e sottoscrive questi moduli.
Quindi anche quest’ultima strada si è rivelata, dopo molti mesi di trattative, soltanto un’apertura di credito virtuale.
Abbiamo potuto contare, quindi, soltanto sui soldi dell’editoria e della pubblicità, quest’ultima quando le aziende effettivamente versavano.
Abbiamo resistito per due anni e più, anche con i contributi dei soci, dei dipendenti e qualche forma di sottoscrizione da parte di qualche socio che si è esposto personalmente in maniera consistente.
Ma i nodi sono progressivamente venuti al pettine.

La terza crisi: il fallimento di un distributore nazionale

A questa situazione già difficile si è aggiunto il fallimento del distributore nazionale del nostro settimanale. Ci attendevamo 50/60.000 euro in entrata per copie già vendute e invece, a novembre del 2014, non abbiamo potuto incassare nulla.

Le tasse, gli interessi

Il Cda ha anche tentato, negli ultimi 3 anni, un’operazione di ripianamento dei debiti nei confronti dello Stato, attraverso un’opera di ricostruzione del cassetto fiscale effettuata con l’ausilio di esperti esterni, per riportare sotto controllo, grazie a rateizzazioni, tutte le cartelle maturate nei confronti di Equitalia e Agenzia delle Entrate. L’opera, lunga e complessa, però, si è dimostrata troppo onerosa nelle condizioni di crisi sopra descritte, anche a causa del peso degli interessi e delle sanzioni maturate, difficili da sostenere in una congiuntura come questa. E la cooperativa è riuscita a sostenere il peso delle rateizzazioni fino al 2014 quando la mancanza di liquidità non ha consentito più di proseguire.

E le sanzioni…
C’è da dire una parola – tuttavia – anche sulle sanzioni maturate, che molto dipendono dalla decisione, assunta improvvisamente dall’allora ministro dell’Economia e dell’Economia Tremonti, di interrompere i pagamenti direttamente dal ministero alle aziende, attraverso la costituzione di un apposito ente pagatore: l’Ipi.
La cooperativa ha dovuto attendere anche 4 anni per il recupero di crediti già maturati, grazie alle gare d’appalto vinte per Tuttoconsumatori e tuttoconsumatori.it. Una vittoria che si è trasformata in un danno drammatico, perché lavori già eseguiti e per i quali erano stati chiamati collaboratori esterni non sono stati pagati per un quadriennio.
Questo percorso nefasto è tutto documentabile, anche attraverso gli atti del recupero del credito con l’intervento del ministero dello Sviluppo economico.
E, per il Portale Consumatori della Regione Lazio, frutto di un altro appalto vinto dalla cooperativa, abbiamo dovuto addirittura effettuare un’azione di recupero forzoso dei crediti.

Non basta la riduzione dei costi

Per tutta questa serie di ragioni, si sono rivelate insufficienti le misure proposte dal Cda e approvate dall’assemblea di riduzione dei costi, soprattutto per quanto riguarda la solidarietà, attivata nel 2012, nel 2013 e, per quanto riguarda i giornalisti, fino agli inizi di giugno del 2014. Successivamente si è resa insufficiente anche la cassa integrazione al 75% concordata per quasi tutti i giornalisti.

Uno sbilancio inaffrontabile

Ci siamo trovati, quindi, a una crisi di liquidità crescente e a uno sbilancio inaffrontabile: quando a un’azienda come la nostra si sottraggono 100/150.000 euro l’anno e, in prospettiva 2014, altri 100.000, come prevede la legge sull’editoria, mentre si stagliano ombre anche sui finanziamenti già acquisiti, l’orizzonte si oscura completamente.
Gli esperti che abbiamoconsultato  – a lungo e in diverse sedi – ci dicono che, a questo punto e con queste difficoltà di cassa e di bilancio, si prospetta solo la Procedura di Liquidazione amministrativa.

Non ci è restato, quindi, che andare – sia pure malvolentieri, visti i 22 anni di resistenza, che sono un fatto più unico che raro nell’editoria italiana – verso questa amara decisione.

Presidente del Consiglio di amministrazione

della Cooperativa Il Salvagente
Rocco Di Blasi

Ps. La scelta della liquidazione è stata approvata dall’assemblea dei soci, riunita nella sede di Roma, il 24 luglio 2014.

 

Nota: nella foto di Linda Varlese una delle redazioni del Salvagente di qualche anno fa, nella foto di apertura e in quella subito sotto immagini prese a una diffusione di uno dei primi numeri del settimanale.

 

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