La Shoah: I sommersi e i salvati di Primo Levi

Il 27 gennaio è il Giorno dlela Memoria. Shoah è una parola rischiosa perché, a ripeterla ogni anno, nel mese di gennaio, sembra che ci si abitui. E se ci si abitua, a una parola come a un’emozione, tutto perde forza, smette di avere peso. In questi anni, non è stata infrequente la tentazione – per molti, lettori o meno che fossero – di relegare il termine Shoah dentro a un rito in cui le parole – quelle “di rito”, appunto – occupano tutto lo spazio e si disperdono, nella memoria come nel sentimento.

 

La disperazione e l’incredulità

Primo Levi ha raccontato cosa è stata la Shoah per le vite dei singoli, vittime della deportazione e dello sterminio. Ha raccontato la fame, la disperazione, l’incredulità di fronte alla ferocia di molti e all’indifferenza di tanti altri. Il suo modo di ricordare ha un punto di vista che si differenzia costantemente dai tanti “diari” della deportazione.
Levi non smette mai di farsi domande e di porle a chi legge. Dalla questione essenziale (…Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no… ), che è  alla base del primo sofferto libro “Se questo è un uomo”, uscito nel 1947, Levi arriva, circa quarant’anni dopo, a un altro passaggio di riflessione che allarga la visuale dall’antisemitismo alla persecuzione, fino a indagare meccanismi, motivazioni, stabilizzazione di un sistema fondato sulla terribile dinamica tra oppressi e oppressori.

 

Ristampato “I sommersi e i salvati”

Non si parla di divisione tra “buoni e cattivi”. C’è, in questo libro indispensabile, recentemente ristampato e che si chiama “I sommersi e i salvati” (Einaudi, 208 pagine, 12 euro), un inesorabile e profondo richiamo al lettore e alla sua capacità di andare oltre la memoria, affinché affondi il pensiero fino a saper riconoscere i segni inequivocabili che seminano e segnalano razzismo, crudeltà, indifferenza, oppressione, fino all’estrema conseguenza dello sterminio. Un libro che un adulto dovrebbe leggere, tanto di più in questi giorni in cui in tanti si preoccupano – e giustamente – di parlare della Shoah ai bambini e ai ragazzi, senza ricordare altrettanto spesso a se stessi che la Shoah l’hanno “fatta” gli adulti.

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