Il clochard e l’architetto senza lavoro

A Milano, Federica Balestrieri, giornalista che lavora anche per un’associazione di volontariato, ha avuto l’idea di metter su un concorso fotografico per homeless, gente che vive tra la strada e i dormitori.

Questa notizia mi ha ricordato un’istante di vita di qualche giorno fa. Ero a Torino. Sotto la pensilina dell’autobus, che in Piemonte chiamiamo ostinatamente “pullman”, senza far distinzione tra linee urbane ed extraurbane, un barbone si era fatto la casetta. Un materasso grande con accanto uno più piccolo che sembrava esser lì per gli ospiti, le borse ben ordinate e il sedile per i passeggeri in attesa come tavolino.

 

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Abbracciati perché?

Accanto a lui una donna: stavano abbracciati e non si capiva se per scaldarsi  o perché si volevano bene o se, in quella situazione, il caldo e il volersi bene fossero la stessa cosa. In genere, incrociando persone in queste condizioni,  si distoglie lo sguardo, non si sa per delicatezza o per paura che in qualche modo la loro povertà ti si possa attaccare addosso come una malattia contagiosa. Invece mi ci sono soffermata, attratta da quel loro abbraccio.

Lei era minuta, una sorta di Gelsomina de “La Strada”, lui somigliava a un amico che avevo incontrato poco prima,  architetto, che si stava da qualche giorno facendo crescere la barba:  avevano lo stesso pelo un po’ bianco e un po’ nero, sparpagliato e non troppo lungo,  venuto su da poco.

 

Anche l’architetto è senza lavoro

Il mio amico architetto si era lamentato che non aveva lavoro, che non sapeva come fare. Il clochard si è accorto che li guardavo, mi ha fatto “ciao ciao” con la mano e io gli ho sorriso come se lo conoscessi.

Non è stato uno sguardo ma un incontro: perché somigliava al mio amico, perché quell’abbraccio con la neve che stava cominciando a venire giù (poi ha smesso) ha fatto caldo anche a me, perché tra noi, tra lui e il mio amico senza lavoro, non c’era, come una volta, un abisso. Ma un gradino alto come il marciapiede  su cui poggiava il  materasso. Per passare dall’altra parte, oggi, basta un gradino. Però, se ci si guarda e saluta con un barbone scambiandosi uno sguardo tra uguali e non di paura e disprezzo, vuol dire che dentro il nostro sfacelo c’è comunque qualcosa da salvare.

 

Nella foto: un’immagine da “La strada”

 

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