Brexit: le tappe del divorzio dall’Europa (da 2 a 10 anni)

I britannici, dunque, hanno deciso per la Brexit, per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Un voto storico certamente, ma per il momento essenzialmente politico e dalle conseguenze non così immediate. Almeno dal punto di vista degli effetti concreti della fuoriuscita, dal punto di vista economico e dei mercati, invece, le conseguenze si stanno già facendo sentire (Borsa al collasso, sterlina a picco).

 

La lenta fuoriuscita
Ma non è che da oggi o da domani il Regno Unito non farà improvvisamente più parte dell’Ue. Con la vittoria dei “no” all’Europa, si apre un lungo processo che può durare dai 2 ai 10 anni. Infatti, anche se non è mai stato sperimentato prima, il cosiddetto recesso ossia la decisione di uno Stato di non far più parte dell’Unione, è previsto dai trattati fondativi ed è regolato dall’articolo 50.

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Cosa prevedono i  trattati
Innanzitutto il risultato del referendum di ieri non basta per attivare la procedura: è necessario che il premier David Cameron notifichi la scelta al Consiglio europeo, composto dai Capi di Stato e di governi europei. Solo con questa comunicazione, che avverrà con ogni probabilità nel Consiglio del prossimo 28 giugno, inizierà l’iter di recesso. L’articolo 50 dà poi due anni di tempo per negoziare l’uscita da 45 anni di legislazione, programmi e fondi Ue, ma in pochi credono che due anni saranno sufficienti e dunque saranno quasi sicuramente necessarie delle proroghe che allungheranno ulteriormente i tempi. L’accordo finale raggiunto dovrà poi essere approvato dal Parlamento britannico, da quello europeo e dal Consiglio europeo a maggioranza. Solo allora il recesso sarà effettivo.

Rapporti commerciali
Ma leggi e burocrazia a parte, resta aperta tutta la questione dei rapporti commerciali. Come membro dell’Ue la Gran Bretagna godeva dei vantaggi del libero mercato e della libera circolazione delle merci con gli altri Paesi membri. Nel momento in cui il “divorzio” diverrà effettivo questo non varrà più e quindi dovrà rinegoziare i suoi rapporti commerciali ed economici con i 27, si andrà probabilmente verso uno status simile a quello dei Paesi Efta (European Free Trade Association), come Islanda e Norvegia. Resta poi da risolvere il nodo dei funzionari e traduttori britannici che lavorano nelle istituzioni Ue: un processo lungo e complesso, che lo stesso governo britannico ha quantificato in “un decennio” e il presidente Ue Donald Tusk in “almeno 7 anni”.

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La circolazione delle persone
Una delle “molle” che ha determinato l’insofferenza inglese nei confronti dell’Europa è la grande quantità di immigrati europei che ogni anno entrano in UK e che, in tempo di crisi economica come quella attuale, sono sempre più malvisti e accusati di “rubare” lavoro, assistenza e welfare ai cittadini britannici. In effetti con la fuoriuscita dall’Ue i cittadini europei (e viceversa quelli britannici all’estero) dovrebbero perdere la libertà di movimento, di lavoro e il diritto all’assistenza pubblica gratuita nel Regno Unito: è stata questa sicuramente una delle ragioni a spingere la vittoria della Brexit.

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Gli studenti e i lavoratori stranieri
I primi a farne le spese saranno gli studenti universitari europei che verranno equiparati a quelli extraeuropei e di conseguenza si troveranno a pagare rette di frequenza molto più salate e a perdere alcuni privilegi. In particolare le tasse universitarie potrebbero passare da 9mila a 36mila sterline l’anno e, inoltre, perderebbero la possibilità di ottenere un prestito per pagare le rette e il diritto all’assistenza sanitaria gratuita. Chi già lavora nel Regno Unito, invece, dovrebbe conservare i diritti finora acquisiti perché ha dalla sua la Convenzione di Vienna del 1969.

Maggiori problemi semmai ci saranno per chi non si è ancora trasferito. Quello che è avvenuto finora, ossia migliaia di ragazzi italiani che partivano per Londra, si trovavano una sistemazione provvisoria e poi si mettevano a cercare un lavoro, non potrà più avvenire: il posto di lavoro bisognerà cercarlo e ottenerlo prima di partire.

Il turismo
Non cambierà niente invece per le vacanze. È improbabile che la Gran Bretagna (che comunque a Schengen non ha mai aderito) richieda un visto turistico per chi viene da un Paese dell’Ue, de resto già ora molti Stati che non fanno parte del gruppo dei 27 possono visitare per turismo la Gran Bretagna senza bisogno di un visto turistico.

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