La bionda ora si serve “ibrida”: boom per la birra d’annata e fermentata come vino

Un boccale di birra con l’aroma di un calice di vino d’annata. La “bionda” ora piace ibrida e longeva, fermentata con mosto del territorio e lasciata riposare un paio d’anni. Si chiamano Iga (Italian grape ale) che, oltre a creare un legami con l’enologia, coinvolge anche gli chef. In tanti cominciano a mettere in carta, come stanno evidenziando gli appuntamenti a Roma, Torino, Milano e Borgorose (Rieti) della kermesse itinerante “Chef bizzarri”.

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“La birra entra nell’alta ristorazione”

Dall’utilizzo di cereali antichi o dei superfoods, come l’ipersalutista birra a base grano saraceno maltato o quella col grano Senatore Cappelli, fino appunto alla doppia alimentazione delle Iga, cereali e uva, “il bello di queste nuove tendenze”, spiega Leonardo Di Vincenzo (nella foto sopra), fondatore e ad di Birra del borgo, “è non vedere più la birra rinchiusa nei pub e nelle birrerie, ma servita nell’alta ristorazione con la sua giusta temperatura, attorno ai dieci gradi e non ghiacciata quindi”.

Ingredienti sempre più locali

“Con ingredienti sempre più locali e coltivati in Italia”, aggiunge Di Vincenzo, “con sfumature di gusto più gusto. Così negli Usa c’è stata la rinascita delle cascade, produzioni ad alto potere aromatico di micro-brewery. Un successo simile si è registrato in Australia e Nuova Zelanda. Ora è il momento dell’Italia. Anche noi utilizziamo luppolo italiano, prodotto da un paio di anni da una azienda agricola del modenese. E parallelamente abbiamo avviato una sperimentazione in campo per identificare le varietà più interessanti dalle selvatiche autoctone, ma per addomesticarle prima e selezionarle serviranno almeno tre anni”.

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