“Hotel Gagarin” da oggi al cinema, parla il giovane regista Simone Spada (trailer)

Se la “vita è sogno”, il cinema lo è ancora di più: è il sogno di un sogno. Da “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore, a “Hugo Cabret” di Scorsese, passando da “Effetto Notte” di Truffaut, solo per citare alcune pellicole che hanno la magia dei film al centro della storia, la settima arte ci ha abituati a sognare e attraverso le sue immagini, a inseguire un’ideale di felicità.
È ciò che inseguono anche Claudio Amendola, Luca Argentero, Giuseppe Battiston, Barbora Bobulova, Silvia D’Amico e Caterina Shulha, nel film “Hotel Gagarin”, in uscita giovedì 24 maggio, una commedia divertente, poetica e sgangherata come i suoi protagonisti, cinque italiani spiantati e in cerca di un’occasione di riscatto, che partono per l’Armenia per girare un film.

Peccato che al loro arrivo scoppi una guerra, il produttore sparisca con tutti i soldi e i cinque si trovino bloccati all’interno di un fatiscente hotel dedicato al cosmonauta russo Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio, anche lui alla ricerca di un sogno, anche lui in viaggio verso l’ignoto.

Circondati dai boschi, sommersi dalla neve – la troupe ha veramente girato a -20 sotto zero-, i cinque troveranno in quel luogo “lontano” sia in senso reale che metaforico, un’originale e inaspettata occasione di felicità.

“Hotel Gagarin”, prodotto da Lotus Production con Rai Cinema, è l’opera prima di un giovane regista, Simone Spada, (anche se lui sostiene di avere ormai i capelli bianchi) con oltre vent’anni di carriera alle spalle come aiuto regista per fiction e film, quali “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti, “Non essere cattivo” di Claudio Caligari, “Cado dalle nubi” e “Che bella giornata” di Nunziante-Zalone.

Ma com’è nata l’idea di questo film?

A risponderci è proprio il regista, autore anche del soggetto e della sceneggiatura, insieme a Lorenzo Rossi Espagnet.
“L’idea di Hotel Gagarin nasce da varie suggestioni che mescolate insieme mi
hanno fatto venire il desiderio di raccontare questa storia. Sicuramente c’è
molto di me, del mio amore per il cinema e per i viaggi, della mia attenzione
verso le persone marginali e della mia curiosità verso tutto ciò che
consideriamo ‘altro’ rispetto a noi”.

Che cosa ti ha spinto a scegliere come set proprio l’Armenia?

Avevo bisogno di un posto “esotico”, originale, poco conosciuto. Volevo
spedire i miei protagonisti in una ex Repubblica sovietica (di cui Gagarin ne
avesse rappresentato il sogno) un po’ per il fascino che questi luoghi hanno, un
po’ perché avevo la necessita’ di metterli in difficoltà. Per questo il Caucaso
d’inverno mi è sembrato il posto migliore e più giusto per raccontare questa
storia sospesa tra il prima e il dopo.

Hai avuto delle difficoltà a girare in Armenia? Aldilà dei problemi climatici e logistici, si sono mostrati collaborativi?

Quando si gira all’estero molte possono essere le difficoltà, soprattutto in
luoghi dove il fare cinema non è la prima priorità… oltre agli immancabili
problemi di comunicazione, di clima e anche di abitudini al cibo, soprattutto
per alcuni di noi, siamo riusciti a creare un meraviglioso e collaborativo
rapporto con i nostri colleghi armeni, un popolo che ha una sensibilità molto
simile alla nostra. Tra una ragazza armena e un membro italiano
della troupe è nata anche una bellissima storia d’amore, si sposano in Italia
tra un mese… Spero che non decideranno di chiamare Gagarin il figlio!

Hai affermato che il tuo film vorrebbe essere come la commedia all’italiana di una volta, che “ci faceva uscire dal cinema più consapevoli e felici”. Stai pensando a dei film in particolare? C’è qualche regista a cui fai riferimento?

Noi tutti che, con la giusta umiltà, affrontiamo la narrazione contemporanea del
cinema italiano, siamo debitori e non possiamo non guardare al cinema dei
maestri. Non penso a un film in particolare, ne ho amati troppi, posso solo dire
che in Hotel Gagarin, che è un vero e proprio omaggio sincero al cinema
‘salvifico’, c’è molto della poetica della fuga di Gabriele Salvatores, da
“Mediterraneo” a “Marrakech express”, c’è qualche omaggio al cinema di
Tornatore e Fellini, c’è parecchio della commedia italiana in generale.

Quando affermi che il tuo film permette di fare un“viaggio” nonostante si svolga praticamente in un unico ambiente, intendi che i protagonisti partono da uno stato emozionale per arrivare a un altro, forse proprio alla felicità?

Sicuramente sì, ma in questo caso c’è un viaggio fisico vero e proprio, in
Armenia appunto, che poi si ferma nell’Hotel Gagarin per costrizione. A quel
punto entrano in gioco le emozioni e le aspettative emotive dei protagonisti che sono costretti a proseguire il loro viaggio interiore, a cambiare, a confrontarsi con quell’occasione insolita che la vita gli sta offrendo. Perche’ come dice Giuseppe Battiston, citando Lev Tolstoj, rivolgendosi ai suoi compagni di viaggio: “se vuoi essere felice, comincia.”

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