Disturbi specifici di apprendimento: “Il diploma è una corsa a ostacoli”

Quest’anno ha esordito il nuovo esame di Stato. Tra le principali novità, via la terza prova scritta – il cosiddetto “quizzone” -, l’affiancamento di una seconda materia nella seconda prova e l’inserimento della agognata busta da estrarre nel colloquio orale. Fra i circa 520.000 studenti italiani impegnati in questo “tour de force”, c’era anche il figlio di una nostra lettrice; lo stesso di cui lei raccontò la storia in una lettera inviata qualche anno fa, precisamente al termine della classe prima del liceo. Una storia, purtroppo come tante altre, di una diagnosi tardiva di Dsa.

A distanza di anni riceviamo un’altra sua lettera, che abbiamo deciso di pubblicare nella speranza che le sue parole siano di supporto per i nostri lettori.

“Quando mio marito e io scoprimmo che nostro figlio di 15 anni era affetto da Disturbi Specifici di Apprendimento fummo pervasi da un sentimento di smarrimento e incredulità verso un problema fino a quel momento ignoto. Giustificando il fatto che, in nove lunghi anni di scolarizzazione, mai nessun insegnante se ne fosse accorto – fu infatti nostro figlio stesso a chiederci di essere sottoposto ai relativi test – nell’allora recente emanazione della legge a tutela di questo tipo di disturbo, avevamo poi aperto la nostra porta alla speranza che, da quel momento in poi, tutto sarebbe filato liscio come l’olio.

Secondo la nostra logica nostro figlio, dal canto suo, avrebbe presto imparato a utilizzare tutti gli strumenti compensativi e dispensativi riconosciutigli nell’annuale Pdp (Piano Didattico Personalizzato redatto dalla scuola e sottoscritto anche dai genitori); i professori, dal canto loro, avrebbero rispettato alla lettera i dettami specificati nel suddetto documento. Ebbene, a compimento dell’intero ciclo di studi di scuola secondaria di secondo grado di nostro figlio, posso affermare che, allora, ci sbagliavamo e anche di grosso!

Test per Dsa alla scuola primaria, un’occasione da non lasciarsi sfuggire

Il primo problema è senz’altro legato al fatto di aver scoperto la Dsa in età adolescenziale; la peggiore in termini di autostima e formazione della personalità. Nonostante noi non ne avessimo fatto un dramma – perché non lo è affatto – lui non ha mai accettato appieno questa sua difficoltà, respingendo a priori strumenti compensativi che invece gli avrebbero reso più semplice il cammino, come gli audiolibri o il pc; quest’ultimo utilizzato obbligatoriamente soltanto verso la fine del quinto anno, in vista dell’esame di Stato. Il suo carattere testardo e combattivo lo ha però aiutato a percorrere a testa bassa la strada per raggiungere il diploma.

Ho sentito dire che, in questi ultimi anni, con il consenso dei genitori, i bambini possono essere sottoposti a un test per la valutazione di un’eventuale Dsa già al biennio della scuola primaria. Mi rivolgo quindi ai genitori degli scolari in questa fascia di età per esortarli a procedere in tal senso. Magari ci fosse stata questa possibilità anche per nostro figlio! Prima si conosce la diagnosi di Dsa, prima si può intervenire e meno difficoltoso apparirà, per i vostri figli, applicare il giusto metodo di studio. E, soprattutto, meno verranno stressati da uno studio eccessivamente gravoso per loro. Del resto, come riusciremmo noi a leggere da lontano senza lenti in caso di miopia?

C’è ancora poca conoscenza e consapevolezza da parte della scuola

Accanto a questo aspetto psicologico, un’altra voragine si è aperta nel nostro cammino: la scarsa conoscenza e consapevolezza della problematica da parte di alcuni professori. Saremmo stati sfortunati noi? Non lo so e non voglio certo fare di un’erba un fascio. Se alcuni insegnanti – riconosco con piacere il giusto – hanno valutato fin da subito le verifiche di nostro figlio usando le dovute attenzioni secondo quando inserito nel Pdp, da altri me ne sono sentita dire di tutti i colori. Tra le frasi più fantasiose cito: “si diventa Dsa perché non si legge a sufficienza” e “in vista dell’esame di Stato, è preferibile farsi fare una diagnosi dalla quale risulti la guarigione dalla Dsa” (termine aberrante in quanto non si tratta di una malattia).

Il parere degli insegnanti è da valutare con attenzione

La peggiore affermazione che abbiamo dovuto sentire è però stata quella dell’insegnante della materia principale del corso di studi. Al termine della classe terza, durante un colloquio a tre – noi genitori e nostro figlio -, senza alcun preavviso e soprattutto senza consultare il Consiglio di Classe, ha dichiarato ufficialmente che un alunno Dsa come lui avrebbe dovuto immediatamente cambiare ciclo di studi, dedicandosi ad attività più pratiche e meno teoriche. Immaginatevi lo sgomento provato soprattutto quando, in un primo momento, lo studente in questione sembrava essersi convinto della bontà di tale dichiarazione.

Cosa lo abbia fatto desistere, dopo aver fatto i colloqui con gli ipotetici nuovi professori dell’altro istituto, oltre al nostro parere negativo sulla questione, ce lo stiamo ancora chiedendo. Probabilmente la consapevolezza del fatto che le materie che avrebbe dovuto lasciare erano quelle in cui aveva ottenuto i voti più alti; oppure il senso di appartenenza al liceo a seguito di un invito ricevuto da uno studente di quinta. Io credo che, alla fine, soltanto il suo carattere forte e combattivo lo abbia convinto, senza chiederci tanti permessi, ad andare dall’insegnante in questione per dirle che sarebbe restato in quella scuola fino alla fine. Salvo ritrovarsi la materia principale a settembre…

Massima libertà nella scelta del futuro

Qualche giorno fa nostro figlio ha finalmente conseguito il diploma, dopo aver passato cinque anni di stress psicologico e, conseguentemente, fisico. Lui per primo – ma anche noi genitori – ci sentiamo ora liberati di un fardello pesantissimo. A lui la scelta di cosa deciderà per il proprio futuro. Lui sa bene che può contare sul nostro appoggio incondizionato nel caso in cui volesse intraprendere il percorso universitario che, mi è stato confermato, per i Dsa è molto meno in salita.

D’altronde, dopo la faticosa esperienza che ha vissuto in questi anni – conclusasi fortunatamente con un voto che lo ha soddisfatto – noi genitori non ci sentiamo di insistere troppo. Comprenderemmo infatti l’eventuale decisione di dedicarsi professionalmente a una sua grande passione in ambito artistico. Di certo siamo sicuri che, per il carattere che ha, non perderà tempo e non si prenderà il cosiddetto “anno sabbatico”. E questo ci basta per essere fieri di lui”.

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto