Strage del 904, la sentenza: non fu solo mafia, Pippo Calò al centro delle trame

Il dubbio che ha portato all’assoluzione di Totò Riina ai sensi, come si dice in termini tecnici, dell’articolo 530 comma secondo (la vecchia insufficienza di prove), permane: non c’è la prova provata che il boss dei corleonesi sia il mandante della strage di Natale, quella che fece 16 morti e 260 feriti con la bomba esplosa il 23 dicembre 1984 sul Rapido 904 Napoli-Milano. La procura della Repubblica di Firenze, rappresentata dal pm Angela Pietroiusti e che in requisitoria aveva chiesto l’ergastolo, non concorda con la sentenza pronunciata lo scorso 15 aprile, e annuncia ricorso in appello. Ma dalle motivazioni della corte presieduta dal giudice Ettore Nicotra e rese note oggi emerge che “l’attentato al Rapido 904 indubbiamente giovava alla mafia” e che “tramite [Pippo Calò, il cosiddetto cassiere di Cosa nostra, ndr] abbia trovato coagulo in coacervo di interessi convergenti di diversa natura”.

Confermata la linea delle sentenze precedenti

La ricostruzione della corte fiorentina, a cui ha assistito l’Associazione vittime rappresentata dalla presidentessa Rosaria Manzo, si pone in scia con le risultanze processuali precedenti, quelle che hanno portato alla condanna definitiva di Calò, Guido Cercola, Franco Agostino e dell’artificiere Friedrich Schaudinn (quest’ultimo sparito nel nulla). Con loro, per uccidere a fine 1984, hanno collaborato “altre persone da identificare”, ma non dei servizi segreti, come affermato dal pentito Gioacchino La Barbera citando Andrea De Carlo, perché secondo la corte di Firenze non è stato “trovato alcun aggancio, neppure labile”. Non lo si è trovato nemmeno nelle parole dei testi Marco Minniti (Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica) e Giampiero Massolo, direttore generale del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza).

Il ruolo di Pippo Calò e l’indipendenza da Riina

Il ruolo di Riina, viene scritto nella sentenza, più che del mandante può essere quello di esponente di vertice di Cosa nostra “a conoscenza del coinvolgimento di Calò” che intendeva “proteggere” il mafioso trasferitosi a Roma “secondo i canoni consueti dell’organizzazione oppure in definitiva proteggere l’occultamento dell’arsenale mafioso” in dotazione allo stesso Calò. Il quale, nella capitale, svolgeva “una intensa attività di investimento di capitali ed era ben introdotto nei circuiti del potere economico e finanziario”. Dunque “Calò non era […] un tipico organizzatore esecutivo di attentati o stragi”, ma beneficiò del “supporto di altri soggetti”. Da dove arrivavano?

“Non aveva bisogno di autorizzazioni”

“Calò intratteneva […] rapporti con ambienti malavitosi romani” come la banda della Magliana che lo ponevano nel ruolo di tramite tra “il potere mafioso e ambienti eversivi di destra”, oltre che con clan della camorra, tra cui quello di Forcella e la cosca che afferiva ai Nuvoletta, già alleati dei corleonesi. Considerando inoltre che dai giudici di Firenze la bomba sul Rapido 904 non è ritenuta compresa in una strategia stragista che arriva fino al 1993 (nonostante la compatibilità dell’esplosivo trovato Poggio San Lorenzo, in provincia di Rieti, in una casa riconducibile a Pippo Calò, e in contrada Giambascio, a San Giuseppe Iato, nel palermitano, all’interno dell’arsenale di Giovanni Brusca scoperto nel 1996), Calò non avrebbe avuto “necessità di avere l’impulso, l’autorizzazione o il consenso di Riina”. Dunque, pur non intendendo “smentire la matrice mafiosa accertata nelle precedenti sentenze né escludere una correlazione causale […] con le vicende connesse alle rivelazioni di Buscetta” e all’istruzione del maxiprocesso di Palermo, Calò avrebbe agito “con una dimensione di autonomia non esclusivamente referente a Riina”. Rimane allora la domanda: chi erano eventuali altri referenti non ancora emersi, alternativi al capo del corleonesi? Un interrogativo che tornerà al processo che si celebrerà davanti alla Corte d’assise d’appello di Firenze.

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