LA PSICOLOGA/Con me fa il malato, ma mio figlio a scuola è un altro

Buongiorno,

c’è un problema che mi affligge con mio figlio di 12 anni. Non ha voglia di studiare e di andare a scuola. Fin dall’asilo ho avuto grandi difficoltà a fargli accettare il fatto che dovesse andare a scuola, per tutti i tre anni della scuola d’infanzia l’ho dovuto trascinare nel vero senso dalla parola, tra pianti e isterie varie. Una volta che era in classe finiva tutto, le maestre mi dicevano che durante la giornata era tranquillo e stava bene.

Durante i primi anni della scuola elementare è andata un po’ meglio. Andava tranquillo, faceva i compiti ma con il proseguire delle classi le cose sono andate sempre peggio. In quinta elementare è arrivato a inventarsi malattie immaginarie. Indagando con le maestre ho scoperto che a scuola sembra un altro bambino, quasi come se la pazza fossi io, che descrivo un altro bambino. Ho chiesto anche aiuto a una psicologa, che mi aveva consigliato  di essere decisa chiara e diretta: ti senti male? Andiamo dal dottore. Non vuoi andare a scuola? La scuola è obbligatoria.

Con la prima media andare a scuola è diventata una tragedia, certi giorni si puntava come un mulo, e non ero capace di mandarlo, non potevo trascinarlo come un asino…

Poiché i risultato erano pessimi, e aveva iniziato a collezionare insufficienze, ho iniziato a fare un passo indietro: mi sono rimessa a studiare con lui e i primi risultati sono arrivati ma con molta fatica. Ho deciso di farlo seguire  da una ragazza ma anche quello è stato  un buco nell’acqua: non è voluto neanche scendere dalla macchina, e giustamente non lo abbiamo forzato per evitare di ottenere l’effetto contrario. L’ anno si è così concluso tra alti e bassi.

In seconda media  sembra un altra persona: va a scuola volentieri, e se non si sente pronto lo dice e non trova la scusa del mal di pancia o di testa. Purtroppo, però, i risultati non sono un granché. La scuola ha proposto dei corsi di recupero, ma non vuole frequentarli, allora gli ho proposto di andare a studiare da una mia amica ma lui niente, non ci vuole andare. Non capisco perché si rifiuti di farsi aiutare per rendere il suo cammino scolastico più semplice. Non so più come mi devo comportare: chiedo un consiglio.

Grazie e saluti, Titti.

 

 

Gentilissima,

ciò che colpisce leggendo la sua lettera è che suo figlio, sia durante il periodo della scuola dell’infanzia che della primaria, ha avuto in sua presenza un comportamento oppositivo, con pianti e malattie immaginarie, poi a scuola tutto questo scompariva, tanto che pareva che le insegnanti le parlassero di “un altro bambino”, non del suo. Mi pare inoltre che non le abbiano mai  segnalato difficoltà relazionali con i coetanei.

Inoltre, durante i primi anni della secondaria di primo grado, lei ritiene che, tentando la strategia di stargli accanto, di affiancarlo lei stessa nello studio, le cose siano migliorate.

 

Una richiesta di attenzioni?

Tutto ciò fa supporre che il comportamento oppositivo di suo figlio sia in realtà una richiesta di attenzioni nei suoi confronti.
Ogni bambino e ogni essere umano, ha il bisogno di essere “visto”.
Questo presuppone che almeno un’altra persona si interessi a lui al punto di prendersi la briga di chiedersi cosa c’è dietro la facciata del suo comportamento oppositivo.

 

Mezzi estremi

Nella famiglia attuale, in cui generalmente tutti i componenti trascorrono la maggior parte della giornata fuori casa, avviene spesso una dura lotta per conquistare l’attenzione. I bambini ricorrono a volte a mezzi estremi quando non si sentono abbastanza considerati dalle figure di riferimento familiari, non riuscendo a formulare le loro esigenze e, quando il loro bisogno di attenzione non viene soddisfatto, possono adottare un comportamento aggressivo, lamentoso o esigente.
Credo che questo potrebbe essere il caso di suo figlio, supportato dal fatto che, se gli viene proposto un aiuto esterno (la ragazza, i corsi di recupero), egli li rifiuta, mentre non rifiuta un aiuto da parte sua e in questo caso i risultati, seppur con fatica, hanno iniziato ad arrivare.
I bambini che cercano di attirare l’attenzione, in un modo che irrita chi sta loro accanto, si sentono in genere poco “visti” e accettati proprio da costoro. Più ottengono un’attenzione superficiale o infastidita, più sentono acutamente la mancanza di un’attenzione autentica.

 

Essere chiari, ma anche accoglienti e comprensivi

Non so se suo figlio abbia lo stesso atteggiamento anche in presenza del padre, è comunque necessario essere entrambi chiari, ma anche accoglienti e comprensivi.
E’ importante adottare entrambi la stessa modalità educativa, dando le stesse indicazioni; forse suo figlio ha bisogno, per sentirsi sicuro e sereno, di sapere che può “accedere” facilmente a lei, ad esempio sapendo che può confrontarsi con lei durante il momento dello svolgimento dei compiti. Da parte sua lo aiuti nella loro organizzazione e nel loro avvio, poi gli offra la sua presenza nel momento della verifica finale.

 

L’importanza delle rassicurazioni

Inoltre lo rassicuri dicendogli che certamente la scuola è importante, ma che il vostro amore nei suoi confronti prescinde da questo aspetto e che, al termine del percorso scolastico obbligatorio, lo sosterrete per aiutarlo a trovare una sua strada che potrà essere anche quella di un percorso scolastico professionalizzante se suo figlio predilige il mondo del lavoro a quello dello studio.

 

La dottoressa Cristina Pavia è psicologa presso il proprio studio in Bologna e counselor nelle scuole secondarie di primo grado.
Il suo sito internet è cristinapavia.net.
Potete inviarle i vostri quesiti a redazione@consumatrici.it

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