“Il ritorno” di Hisham Matar: in Libia, alla ricerca delle ragioni di un esilio

“Penso che l’arte e gli artisti non abbiano alcun dovere di occuparsi di una causa, sociale, ambientale, politica, per quanto nobile sia. Non perché l’arte sia al di sopra di tutto, ma perché quel tipo di senso del dovere non rende gli artisti migliori, ne più capaci di denunciare i fallimenti umani. È il romanzo come forma di espressione che ha la capacità di occuparsi della complessità della vita, senza bisogno di sbandierare una causa o invocare chiamate all’azione”. Parola di Hisham Matar, scrittore libico trapiantato a New York, la cui vita e opere sono indissolubilmente segnate dalla vicenda della scomparsa del padre, oppositore al regime di Gheddafi, nel 1990, per mano dei servizi segreti libici.

Ha vinto il Pulitzer

Appena vinto il Pulitzer per biografia e autobiografia con “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro” (Einuadi, 246 pagine, 19.50 euro), Matar è considerato, insieme all’indiano Amitav Ghosh, considerato uno dei più grandi scrittori viventi e il suo ultimo romanzo, gli è stato fatto notare, arriva al lettore come una struggente ma sferzante denuncia di ciò che è accaduto a suo padre e al suo paese.

Un viaggio in Libia dopo 33 anni

“Non parto mai da un’intenzione per i miei libri”, risponde lui. “Alla base dell’ultimo c’è il viaggio compiuto in Libia, dopo 33 anni, insieme a mia madre e mia moglie. Volevo rivedere quei luoghi, trovare nuove informazioni su mio padre e colmare quella discrepanza tra dove vivo e dove sono nato. Ma queste sono le ragioni del viaggio. Il libro è venuto al ritorno, dopo tre mesi in cui non avevo scritto più nulla. Pensavo che avrei dovuto cambiare mestiere. Poi una sera, a casa di un amico sulle colline piemontesi, ho tirato fuori i diari del viaggio”.

“La lettura è un momento di grande espansione umana”

Materiale “nero, cupo”, ammette, “ma che mi chiedeva di essere paziente su cose che in genere mi rendono insofferente. Solo così si sarebbe aperto. Ecco, l’interessante di questa opera per me è che ho imparato qualcosa”. E il lettore? “Un libro”, conclude Matar, “non serve solo per trovare ciò che non conosci. Al contrario, quando leggi di luoghi o persone diverse riconosci te stesso in loro. La lettura è un momento di grande espansione umana. Quando leggiamo allarghiamo i nostri limiti e ci accorgiamo che ciò che ci unisce a chi è venuto prima di noi è ben più di ciò che ci separa”.

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