Imane Fadil: dalle analisi nessuna radioattività

Sorpresa per Imane.

Dalle prime analisi sui campioni dei tessuti degli organi prelevati a Fadil, una delle testimoni del processo Ruby, non è emersa alcuna evidenza macroscopica di radioattività. È quanto riferiscono fonti qualificate.

Da quanto si è appreso i prelievi sono stati effettuati sul fegato e su un rene nel pomeriggio del 20 marzo tra le 14 e le 17.30. Già dalle prime analisi non sono emerse macroscopiche evidenze di radioattività.

Contaminazione improbabile

Dopo i prelievi i campioni sono stati messi in appositi contenitori e inviati sia all’Arpa di Milano sia all’Istituto di Fisica dell’Università Statale. In base all’esito delle analisi – si apprende – appare “sempre più improbabile” che Fadil sia stata contaminata da sostanze radioattive.

L’ultima parola però spetta al Centro ricerche Casaccia dell’Enea vicino a Roma. Inizialmente i sospetti sulla presunta presenza di sostanze radioattive nel corpo della giovane erano dovuti al risultato parziale di analisi effettuate sulle urine.

Noni si comprende, comunque, l’andamento altalenante di questa vicenda e perché è stata diffusa la notizia della presunta radioattività.

 

I primi sospetti del 18 marzo

 

La Procura di Milano indaga per omicidio volontario per la morte di Imane Fadil, la modella marocchina teste chiave nel processo Ruby, che vede implicato Silvio Berlusconi.

La donna, 34 anni, è morta per un”mix di sostanze radioattive”, secondo quanto emerso dagli esami tossicologici.

Ma si attende una conferma dall’autopsia, che verrà effettuata nei prossimi giorni. Si dice mercoledì o giovedni della prossima settimana.

Prima degli esami con “test tossicologico su metalli”, da cui è emersa la contaminazione, che avrebbero richiesto una decina di giorni e sono stati eseguiti in un laboratorio specializzato di Pavia, anche i primi test tossicologici su Imane erano risultati negativi.

Solo l’autopsia ora e l’analisi dei tessuti, che sempre secondo quanto si apprende dovrebbe essere eseguita mercoledì o giovedì, dovrebbe accertare se è stata proprio l’esposizione a sostanze radioattive a causare la sua morte. L’autopsia, ad ogni modo, avrebbe potuto essere eseguita subito, sia il giorno della morte, quando è stato disposto il sequestro di tutta la documentazione clinica e della salma, sia il 6 marzo, quando l’Humanitas ha ricevuto gli esiti tossicologici e li ha comunicati agli inquirenti.

In tutta la vicenda si notano singolari ritardi. Non si capisce il perché.

 

Cadmio e antimonio in quantità notevoli

La novità più recente è che, nel sangue di Imane Fadil, la testimone chiave delle inchieste sul caso Ruby, era presente un’alta concentrazione di alcuni metalli, in particolare il cadmio e l’antimonio. Lo ha rivelato il procuratore capo di Milano Francesco Greco, sottolineando che l’antimonio era presente con un valore di quasi tre volte superiore e il cadmio urinario di quasi sette volte superiore il range normale. Prima di pronunciarsi definitivamente sulla vicenda, ha aggiunto il procuratore, “attendiamo l’esito dell’autopsia”.

 

 

Era la testimone chiave: le notizie del 16 marzo

Fadil era la testimone chiave dell’accusa nei processi sul caso Ruby. È lo scorso primo marzo all’Humanitas dove era ricoverata da fine gennaio scorso. Lo ha riferito il procuratore di Milano Francesco Greco, spiegando anche che la giovane aveva detto ai suoi familiari e avvocati che temeva di essere stata avvelenata. Sul corpo è stata disposta l’autopsia.

Un mese di agonia

Fadil è morta dopo “un mese di agonia”, secondo la Procura a Milano, che indaga per omicidio volontario sulla sua morte.

Secondo le indagini, la modella marocchina, ricoverata il 29 gennaio prima in terapia intensiva e poi in rianimazione, è stata vigile fino all’ultimo, nonostante i forti dolori e il “cedimento progressivo degli organi”.

 

Sequestrata la documentazione

“Al decesso della paziente, il 1° marzo scorso, l’Autorità Giudiziaria ha disposto il sequestro di tutta la documentazione clinica e della salma.

Il 6 marzo, Humanitas ha avuto gli esiti tossicologici degli accertamenti richiesti, lo ha prontamente comunicato agli inquirenti”: lo spiega l’Humanitas di Rozzano dove era ricoverata Imane Fadil, teste chiave del caso Ruby.

L’ospedale ha fatto di tutto…

L’ospedale “ha messo in campo ogni intervento clinico possibile per la cura e l’assistenza” della giovane. Il procuratore di Milano Francesco Greco, dando oggi la notizia ai cronisti della morte di Fadil e delle indagini per omicidio volontario per un sospetto avvelenamento, ha spiegato che mai nelle settimane in cui la ragazza era ricoverata e nemmeno il giorno della morte, l’ospedale aveva comunicato alcunché alla magistratura, sebbene non fossero state individuate le cause della morte e non ci fosse una diagnosi certa sul decesso.

Con una nota l’ospedale Humanitas ha voluto precisare che “la paziente è stata ricoverata lo scorso 29 gennaio in condizioni cliniche molto gravi. È stata presa in carico da una équipe multidisciplinare che ha messo in campo ogni intervento clinico possibile per la cura e l’assistenza della paziente, compresi tutti gli approfondimenti diagnostici richiesti dai curanti”. Al decesso della paziente, si legge ancora nel comunicato, “il 1° marzo scorso, l’Autorità Giudiziaria ha disposto il sequestro di tutta la documentazione clinica e della salma. Il 6 marzo, Humanitas ha avuto gli esiti tossicologici degli accertamenti richiesti, lo ha prontamente comunicato agli inquirenti”. Per rispetto della privacy e dell’indagine in corso, “Humanitas non rilascerà ulteriori commenti su nessun aspetto di questa vicenda”.

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