“Melemù”, un romanzo da assaporare

Il romanzo “Melemù – l’amore degli altri” di Martino Ragusa (Edito da Pendragon – 174 pagine – Euro 16) ha inizio in in Sicilia, nel 1950 e l’incipit è fulminante: “Quando donna Pia Palmera d’Altafonte arrivò a Roccamarina, i paesani l’accolsero con falsi sorrisi in faccia e sincere coltellate dietro la schiena…”.

 

Una Sicilia dove nulla è come appare

Martino Ragusa è siciliano, è psichiatra, è scrittore e utilizza in modo mirabile tutti i ferri del mestiere per raccontare con una finissima ironia e piena conoscenza dell’ambiente, come in questa sua Sicilia narrata nulla sia mai come appare, niente corrisponda alle parole e la vera battaglia si svolga sempre altrove.
La saga familiare è un robusto pretesto per raccontare come le tante baronie ancora superstiti nella metà del secolo scorso, vengano via via erose dalla risacca del tempo, dalla modernità che inesorabilmente avanza, ma come dall’altra parte ci sia una gattopardesca resistenza al cambiamento.

Tavole, sentimenti e metafore

Melemù è un libro che si assapora. Martino Ragusa ha una profonda cultura del cibo e nelle sue pagine ci si siede a tavola per le feste comandate: Immacolata, Natale, San Giuseppe, Pasqua… si assaggiano sontuose pietanze si annusano piatti rituali, e si sfogliano le pagine con l’invidia dell’astinenza.
Ma soprattutto il suo romanzo è un delicatissimo racconto di sentimenti, raccontati attraverso metafore delicatamente complici, perché come giustamente dice in quarta di copertina: “ogni amore, per strano, assurdo o sbagliato che sembri, ha la sua verità”.

Nelle alte sfere, Martino Ragusa ha due protettori: Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri due siciliani DOC che lo applaudono con le loro mani di nuvola.

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