Pannella: “Io sto sempre con le donne” (l’intervista a Playboy)

Stranamente il pensiero del leader radicale, morto a Roma il 19 maggio 2016, è sintetizzato in un’intervista concessa a Playboy nel 1975. Ecco il testo, conservato da Radio radicale, che qui riproduciamo integralmente.

Intervista a Playboy – Gennaio 1975 da ”Marco Pannella – Scritti e discorsi – 1959-1980”, editrice Gammalibri, gennaio 1982)

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Playboy – Quanti anni hai, Marco?
Pannella – Quarantacinque. Sono nato nel segno del Toro, a Teramo, in Abruzzo. Mi chiamo Giacinto Marco, Giacinto come un mio zio sacerdote, un personaggio abbastanza insolito, in quella che era la tipica famiglia agraria meridionale, dove al primogenito spetta il diritto di occuparsi degli affari della casa, mentre il secondo fa il prete, e gli altri diventano notaio o farmacista, si “sistemano” in vario modo. Questo zio si fece prete, e però continuò a occuparsi dell’amministrazione delle terre, rimase insomma il classico capofamiglia. Era l’unico che avesse interessi culturali. Pubblicava una rivista, una cosa del tutto artigianale e provinciale che però, per un caso strano, e con una certa commozione, ho poi ritrovato in biblioteche specializzate, a Parigi e a Vienna.

Il mio don Giacinto ebbe fra l’altro un gesto abbastanza audace per quei tempi. Quando mio padre, che aveva voluto fare l’ingegnere e aveva studiato a Torino e poi a Grenoble, tornò a casa con la moglie francese (nata in Svizzera, figlia di albergatori), una donna che non parlava altro che la propria lingua e aveva i capelli corti in un paese dove tutte le donne li avevano ancora raccolti a crocchia sulla nuca, e indossavano vesti nere lunghe fino ai piedi, lui capì che doveva aiutare la giovane coppia piombata in un mondo diverso e difficile: così scorporò la parte di proprietà che spettava a mio padre, e gli dette qualche possibilità. E potrebbe anche darsi che io non abbia animosità anticlericali per questo semplice dato di cronaca, perché la persona migliore della mia famiglia era questo clericale; e ho sempre avuto ottimi amici preti. Sono un laico, tranquillamente, senza lotte interiori o problemi.

Playboy – Da quanti anni sei in politica? Si ha l’impressione che tu ti occupi di politica da sempre.
Pannella – L’impressione è esatta. Credo d’aver capito, già piccolissimo, che non ci può essere divorzio fra vita pubblica e vita privata, che i fatti della vita privata diventano occasione per fare politica e quindi vita pubblica. Io sono cresciuto per i primissimi anni fra Teramo e Pescara. Un’infanzia normale, con molte donne, zie, contadine, che mi accudivano, e giochi e allegria. Però in quella normalità, in quella felicità, c’era, c’erano piccole cose di grande importanza. Un certo calzolaio antifascista, dove non si doveva andare, io avevo tre o quattro anni. Beveva, dicevano che era per questo che non ci si poteva andare, però si capiva che il male era che urlasse contro il fascismo. Mia madre che in casa parlava francese, e c’era sempre qualche notabile che veniva a dirle che non si doveva fare, non era bene, bisognava stare attenti: ma se il francese era la sua lingua! Io avevo una compagna di giochi, si chiamava Adria, era il mio primo grande amore, avrò avuto sette, otto anni. Bene, un giorno non si vide più. Scomparsa. Era figlia di ebrei, e la sua famiglia aveva lasciato il paese.
Io passavo dei periodi in Francia presso un “instituteur”, per imparare, ed ero adorato da tutti e due, marito e moglie; però fra loro litigavano a morte, e così io ero sempre in mezzo, a volte prendendo le parti dell’uno o dell’altra. Persino decidevo se dormire col marito o con la moglie. Mi ricordo che mi chiedevo perché quei due, che si facevano reciprocamente una vita d’inferno e che separatamente erano persone così amabili, dovessero continuare a vivere insieme. Significava già, forse, porsi sia pure in maniera rozzissima il problema del divorzio, ribellarsi all’idea che due siano legati per sempre perché un giorno hanno deciso di sposarsi… Significava, forse, ribellarsi alle costrizioni, rivendicare il diritto di essere antifascista, di parlare la propria lingua, ribellarsi all’ingiustizia della discriminazione razziale.
Sono fattarelli, come vedi, però servono a dimostrare quello che ho sempre detto, che vita privata e vita pubblica sono un tutt’uno. Difendere la propria “privacy”, che vuol dire? Io non vedo dove essa cominci e dove finisca…

Playboy – Infatti ti accusano di non avere una vita privata.
Pannella – È sempre l’esperienza personale, privata, che si trasforma in politica e ti dà la forza per combattere le battaglie. Prendi per esempio quella per la legalizzazione dell’aborto; o quella per il divorzio. Le persone che ci credono, che ci hanno creduto, partono dalla politica, o dall’esperienza della vita privata? Io dico sempre che le leggi non devono affondare solo nei giorni, ma anche nelle notti. Contano le verità che hanno radici nella tua storia. Capisci cosa voglio dire? Tanto più “privati” certi fatti m’appaiono, tanto più pubblici e politici cerco che siano riconosciuti. E quella eterna polemica fra amore e amicizia, che grosso equivoco! Dire che con la ragazza puoi chiavare e con l’amico devi parlare, vuol dire dividere in due la propria vita. Un’assurdità.

Playboy – E a un certo punto sei entrato nella politica…
Pannella – Ma no, ma no, ho fatto sempre politica a modo mio, e il modo è stato sempre lo stesso: l’interesse per gli altri, il dialogo. Ero studente, a Roma, uno studente un po’ avanti perché mia madre nel suo desiderio di perfezione aveva preteso che saltassi due anni, e un giorno ho visto in edicola Risorgimento Liberale. L’ho comperato, mi ha interessato. Mi pareva che ci fosse quello che più amo, la libera discussione intelligente. Da quel giorno ho sempre comperato due copie di Risorgimento: una per me, e una per i miei compagni di scuola, perché la leggessero e ne discutessero, e portassero le loro obiezioni e esponessero le loro idee… Così io e alcuni altri abbiamo cominciato a frequentare via Frattina, dove era la sede del PLI, piano piano ci siamo avviati in quella direzione che poi è stata la sinistra liberale.
Eravamo ragazzi, gli stessi ragazzi che andavano a giocare a pallone o a ballare con le ragazzine, che cioè avevamo quella che tu, che voi chiamate vita privata, ma una vita privata che coincideva con quella pubblica. Perché dialogo, per me, è qualcosa di complesso e completo, non unicamente “spirituale”: dialogo sono anche le carezze, come i baci e i pugni e gli amplessi, oltre alle belle idee. Il mio manifesto, il manifesto dei radicali, ci viene da un grande poeta, Rimbaud: “Le raisonnable dérèglement des sens”, il ragionevole sregolamento dei sensi. Una frase “anti maudit”: Rimbaud aveva intuito quello che i cibernetici hanno intuito a livello scientifico. Il dramma era la ragionevolezza. Anche per noi radicali è così.

Playboy – Quei ragazzi, dunque, bazzicavano coi grandi, stavano a sentirli e cercavano di recepire, dei loro discorsi, quello che appariva più vero. E tu, in mezzo a essi, probabilmente eri uno pieno di sacri furori…
Pannella – Oh, no. Soltanto un po’ ardente. Ma in un modo diverso dai sacri furori, che fanno sempre pensare a qualcosa di cupo, di introverso; a una voluttà di martirio. Io sono un estroverso, sono uno che ama la vita, per nulla tormentato, per nulla bruciante. “Route de braise et non de cendre”, diceva un poeta. Non la fiammata che brucia e lascia inutile e triste cenere, ma la brace, che dura a lungo.

Playboy – Quei ragazzi, certo, discutevano le opinioni dei grandi.
Pannella – Qualche volta oggetto di discussione, non di polemica. Io già allora parlavo molto, e – credo – con un certo potere di persuasione. Forse lo esercitavo anche su di loro. O forse essi erano, in fondo, abbastanza aperti, abbastanza comprensivi. O forse esasperati di sentirmi discutere senza arrabbiarmi. Del resto, nemmeno loro si arrabbiavano mai. E poi, una tesi di laurea l’ho presa, no?

A Urbino, con un voto bassissimo: 66. Scelsi Urbino perché pareva che lì avrei potuto fare presto. Discussi per tre ore, con undici professori. La tesi era, guarda un po’, sull’articolo 7 del Concordato, quindi da discutere c’era abbastanza. Come vedi ho sempre le stesse idee. Fin dal principio. Un noioso, uno che si ripete, sempre le stesso disco.

Playboy – C’è qualcosa che ricordi con particolare piacere, in quei tempi della prima giovinezza?
Pannella – Ricordo una cosa: una fotografia su un giornale. Era un foglio della notte, si chiamava il Giornale della Sera. In una foto un po’ sfocata si vedeva un ragazzo che saltava giù dalla finestra, stringendo una cassetta al petto. Ero io. Si doveva votare all’università, e i fascisti mettevano i bastoni fra le ruote. Votammo. Ma i fascisti entrarono, ed erano armati di pugni di ferro e altre armi, erano parecchi, avevano un’aria pericolosa. Io presi la cassetta e mi calai giù dalla finestra di Scienze politiche, un primo piano rialzato. Sotto c’erano dei forni di calce viva, con degli operai attorno. Riuscii a non cadere dentro uno di quei forni, ma ci andai vicino. I fascisti nel frattempo erano ridiscesi e avanzavano dalla strada, sempre coi loro pugni di ferro, con quelle loro facce di bestie. In un attimo, mi vidi perduto. Ma gli operai alzarono le loro pale e cominciarono a scagliare calce. Insomma fu una vittoria della classe operaia.

Playboy – Come tutti i ragazzi, tu certo leggevi molto. Quali sono le matrici ideologiche, voglio dire di pensatori del passato, o le correnti di pensiero, da cui poi è scaturita la tua battaglia?
Pannella – Io non credo nelle ideologie, non credevo nelle ideologie codificate e affidate ai volumi rilegati e alle biblioteche e agli archivi. Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell’ufficio postale. L’ideologia te la fai tu, con quello che ti capita, anche a caso. Io posso essermela fatta anche sul catechismo che mi facevano imparare a scuola, e che per forza di cose poneva dei problemi, per forza di cose io ero portato a contestare.
Posso dire che sono stati importanti cinque o sei aforismi di Nietzsche sul bene e il male; e Gozzano, guarda un po’, e la Sonata a Kreutzer. Un certo numero di Esprit del 1947, trovato a Modane aspettando un treno. La “Storia dell’età del barocco”, di Croce. Un poeta, St. Jonn Perse, da leggere come si legge un enciclopedia, e che tutti trovano difficile da leggere perché conosce troppi termini. Thomas Mann, aedo della borghesia. I miei compagni leggevano Marx, ti citavano immediatamente la quarta o la quinta risposta a Feuerbach. La segnalazione che si fa liturgia o litania. Io non ho letto Marx, ma ne ho preso quello che mi occorreva. E poi proprio bambino ho letto i grandi romanzi russi, trovandomi sempre un po’ a disagio coi patronimici, ma cavandomela benissimo, perché in realtà anche nel romanzo classico non c’è bisogno di un intreccio.
Ma quello da cui ho imparato molto sono i giornali. Perché nei giornali c’erano idee che non apparivano, forse per le loro posizioni, cioè per essere collocate a fianco del fatto contingente e minuscolo, avulse dal presente. Leggere un settimanale, un quotidiano, è importante perché ne ricevi idee che prendono corpo dentro di te, che diventano te stesso. Ho letto Il Mondo e Risorgimento Liberale.

Playboy – C’è stato un anno, un tempo, particolarmente bello, significativo per te?
Pannella – Tutti gli anni sono belli. Quest’ultimo per esempio, che doveva essere l’anno dell’assassinio politico del Partito radicale, è l’anno della sua vittoria, l’anno del referendum per il divorzio. Ma ogni anno è bello, perché ogni anno si fa qualcosa, con i comizi, con gli “happening”, con le azioni individuali e collettive, con le parole, con i gesti, cantando e agitandosi, senza un attimo di sosta perché fermarsi un attimo significherebbe tornare indietro di giorni e giorni. Ogni anno è bello perché io sono felice di fare quello che faccio, di digiunare e di sentirmi dare del Gandhi da strapazzo, di firmare i fogli degli extraparlamentari nei quali non ho mai creduto ma che hanno diritto di avere i loro giornali, di difendere gli obiettori di coscienza anche quando si tratta di fascisti cretini, di urlare, di perdere la voce e la salute, persino felice che femministe diano, a me, dell’antifemminista…

Playboy – Dell’antifemminista a te, il “paladino delle donne”?
Pannella – Ma sì. Perché io mi sono battuto come mi sono battuto per l’aborto, ecco che allora si accorgono che dò fastidio, che cioè mi sono impadronito di temi e argomenti e battaglie che sono le loro… Vedono ancora in me il rappresentante dell’uomo, il “maschio” che strumentalizza la donna fingendo di difenderla, il prevaricatore. Non sono tutte le femministe, naturalmente, che dicono così, ma solo alcune fra esse, quelle che hanno ancora residui maschilisti. Diciamo che sono delle femministe che commettono errori. Le donne, errori non ne commettono. Lo hanno dimostrato al momento del referendum, perché è chiaro che per il divorzio hanno votato anche quelle che di emancipazione non sanno e non vogliono sapere.

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Playboy – Tu trovi giuste tutte le rivendicazioni delle donne?
Pannella – Io trovo giuste tutte le rivendicazioni delle minoranze. Così mi batto per la liberazione della donna come appoggio il Fuori e chiunque abbia qualcosa da dire e si senta oppresso, così il nostro partito è il rifugio di fuorilegge del matrimonio e di obiettori di coscienza, di femministe, di freaks e di abortisti, di vegetariani e nudisti, insomma “avanzi di galera” di ogni tipo. Tutte le minoranze si devono difendere, nessuna ha la priorità sulle altre. Io difendo anche chi è buttato in carcere solo perché è fascista, perché l’etichetta non mi interessa, mi interessa che si tratti di una minoranza alla mercé della strapotente maggioranza. E ho difeso più volte le minoranze extraparlamentari con tutte le loro intemperanze, pur sapendo che mi consideravano al di fuori, uno con idee utopistiche, un borghese. Quelle che non posso approvare sono le minoranze al potere, perché subito loro campo privilegiato diventa la violenza: per me, per noi radicali, ogni fucile è nero, come ogni esercito e ogni is
tituzionalizzazione della violenza, contro chiunque la si eserciti.

Playboy – Tu difendi anche la droga, l’erba “particolare”.
Pannella – A me personalmente l’erba non interessa. Io ho la mia, che e la nicotina. C’è dentro di me un’autostrada di nicotina e catrame, dentro la quale viaggia quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige e ottiene. Certo mi pare logico fumare altra erba meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla troppo cara. La mia “erba” è sempre stata la mia spesa più grossa. Mi posso impegnare come m’impegno contro quel casino che chiamano l’Ordine per difendere l’erba e chi la fuma, ma fare di questa un segno positivo e definitivo mi pare sbagliato.

Playboy – Non riconosci in te matrici ideologiche; riconoscerai dei maestri, si saranno degli uomini politici, italiani o stranieri, dai quali hai imparato qualcosa…
Pannella – Non riconosco dei maestri perché non ne ho avuti, e le persone che per me hanno contato non volevano certo essere maestri. Due vite hanno determinato la mia. Le vite di due persone che sono morte, una quando era giusto che morisse, perché non aveva più speranza ed era convinta di aver finito: l’altra, in un momento ingiusto, quando molte delle sue previsioni si avveravano. Parlo di Mario Pannunzio e di Ernesto Rossi. Il Partito radicale è fatto di tutto quello che dicevano Pannunzio e Rossi.
Pannunzio era la moralità, non il moralismo, il suo rigore era ciò che io amavo, anche stilistico, quando ci predicava di ispirarci a Flaubert. La sua indifferenza al potere, il maggiore insegnamento. Era un politico, se politico è colui che muta l’organizzazione della città, se politico è colui che incide nel proprio tempo. E chi, anche nel passato, ha inciso nel proprio tempo? Dicono: Mattei, Vanoni. Vanoni e Mattei hanno creato forse qualcosa a livello degli oggetti, ma in realtà ciò che Enrico Mattei, il demiurgo degli anni 50, ha lasciato, è la “realpolitik” della corruzione; a Vanoni alcune buone soluzioni di meccanismo di controllo politico. Niente che abbia inciso, come appunto Pannunzio e Rossi, anche dai loro amici, dai loro compagni, mai considerati dei veri politici.

Playboy – Ma Ernesto Rossi, davvero tu lo consideri un politico?
Pannella – Eccome. Lui, così lieto, della letizia di un fanciullo, di esistere, aveva previsto tutto: il corporativismo di Stato, la mano pubblica che dà profitti alla mano privata. Lui così innocente aveva individuato che si andava incontro alla sconfitta storica.

Playboy – Non avevano molto in comune, in apparenza…
Pannella – Erano due borghesi con una qualità insolita per un borghese, il disinteresse per il denaro. Perché di denaro non avevano bisogno. Non avrebbero saputo come spenderlo. Il consumismo non era affar loro…

Playboy – Tu dici “borghesi”. Talvolta ti danno del borghese come un insulto.
Pannella – Non vedono il borghese come lo vedo io, cioè colui che si ispira, che dà corpo alle grandi idealità della rivoluzione francese. Certo, sono un borghese, e felice di esserlo.

Playboy – Dicono che se fossi un mistico potresti trascinare dietro di te folle in preghiera.
Pannella – Già. Ma non lo sono. E non amo trascinare, bensì convincere. Il dialogo, l’ho già detto. Il dialogo con quelle stesse parole sempre: conoscersi e riconoscersi.

Playboy – E dicono anche che spesso e volentieri sei un po’ gigione.
Pannella – Certo. Quando parlo in un comizio, quando scelgo in mezzo alla folla piccola o grande che mi guarda quei tre o quattro visi, so di fare teatro, cultura. E la gente cosiddetta “umile” mi capisce più dei politicizzanti. Ma io credo nella cultura, non nella natura. Il Buon Selvaggio di Rousseau mi fa ridere. La chiarezza, la purezza, la limpidezza dell’infanzia? Ma la chiarezza, la purezza, la limpidezza del patriarca michelangiolesco! Lo stato di natura è una condizione ambigua.

Playboy – Ma tu hai tempo di pensare alla tua vita?
Pannella – In verità non molto. Il mio problema è trovare un attimo di solitudine. La mia casa è sempre piena di gente, tutti possono entrarci quando vogliono usare le mie cose. Raramente, rarissimamente riesco a dormine solo. I politici invece sono sempre soli. Guardali quando escono dalla Camera, buttano giù un pasto cauto o ingordo e poi cercano un cinema dove sdraiarsi a sonnecchiare in attesa di andare a dormire. Soli, tetri, scontenti dell’esistenza, incapaci di dialogare perché incapaci di attenzione, sicuri di aver ragione, di essere il meglio mentre gli altri sono il peggio: sicuri che il Paese è immaturo, non loro.
Io vorrei talvolta un po’ di solitudine, anche per pochi momenti, e non certo per andare al cinema. Ma alla mia vita, del resto, non ho bisogno di pensare. Ne sono contento. Io amo la vita, amo i piaceri che la vita e la gente ti danno. La solitudine potrebbe servire per leggere di più, io ora leggo tre, quattro, dieci minuti al massimo, mi rileggo le stesse cose che poi cito a uno, a dieci, a venti persone, o, quando faccio politica, a cento, a mille: e sono sempre quelle citazioni, come una signora che mostra sempre gli stessi monili. Però sono letture che sono entrate dentro di me, diventano mia carne e mio sangue, e che io ora dò agli altri.
Certo, vorrei farne altre, ma quando? Eppure se c’è qualcuno che deve per forza vedermi, non so, un amico che passa per Roma per due ore, uno che ha assolutamente bisogno di vedermi, io riesco in qualche modo a quadrare tutti i miei appuntamenti, anche se sembrava che non ci fosse spazio libero, e faccio venir fuori quei pochi minuti che mi occorrono. Un’operazione che mi riempie di soddisfazione, che mi fa credere in me stesso non affidato al caso.

Playboy – Eppure non è possibile che non ci sia nessuno, fra politici militanti, che ti abbia insegnato qualcosa.
Pannella – Davvero non saprei chi. Riccardo Lombardi è certo un’eterna lezione. La Malfa, forse, in qualche momento. Sono stato abbastanza vicino a La Malfa, mi ha dimostrato abbastanza benevolenza, lui che dicono non tolleri nessuno vicino a sé. Però questo affascinante Crispi dei tempi moderni mi ha deluso. Cosa ha fatto La Malfa? La liberalizzazione degli scambi, si dice. Già, e dopo di questo? Che cosa è cambiato con la liberalizzazione degli scambi? Tutto è rimasto come prima. Politico è ciò che incide, ciò che determina sviluppo, crescita. E poi guarda la sua insensibilità ai nostri problemi dei diritti civili, la sua costante e unica attenzione ai fatti economici, sempre proponendo e riproponendo piccole soluzioni.

Playboy – Ma non è solo La Malfa, come tu dici, insensibile e poco sensibile al problema dei diritti civili. Altri problemi oggi sembrano premere: quelli sociali. E tu vedi una coincidenza fra diritti civili e istanze sociali? Non temi che anteporre gli uni a gli altri crei per te, per il tuo partito, una scomoda impopolarità?

Pannella – Diritti civili e istanze sociali coincidono. La lotta per il divorzio è stata lotta contro il divorzio di classe, la lotta per l’aborto, lotta contro l’aborto di classe. Ogni problema civile non risolto porta a ingiustizie sociali, risolverlo significa affrontare e vincere l’ingiustizia. Inoltre ai nostri problemi mettono a nudo la verità di ognuno di noi. Se Fanfani dice di no a un certo articolo in favore dei lavoratori, sarà persino possibile che si trovi un alibi, che so, la sciagurata contingenza, il rapporto col padrone, cose del genere; se dice no al referendum, qual è il suo alibi? Messo così a nudo, no avrà più armi, o ne avrà meno.

Playboy – Quali forze, prescindendo dai partiti, ritieni particolarmente contrarie alle battaglie che tu combatti?
Pannella – Naturalmente, le forze clerico-corporative, ed è giusto. E i “laici di regime”, cioè coloro che usano il loro laicismo per garantirsi una fetta di regime, e tali sono molti uomini di cultura, la gran parte dei dirigenti politici e dei parlamentari; non diversi, pur essendolo, dai cattolici democristiani.

Playboy – Anche le forze di sinistra vi hanno definito una minoranza confusionaria e sostanzialmente nemica degli interessi parlamentari.
Pannella – E fosse solo questo! Anche servi di Fanfani, ci hanno detto, e peggio, se possibile. La verità è che ci hanno temuto. Fino al referendum, ci hanno temuto. E ci hanno attaccato con abilità, con rigore scientifico che i democristiani non hanno, perché fra le maglie della DC riescono a infiltrarsi contraddizioni, fra quelle del PCI no.
Quanto a me, io dico che se posso oggi capire il socialismo, lo devo alle idealità democratiche e liberali classiche. Il socialismo per me va bene, come vanno bene i liberali, i libertari, anche i marxisti. Quello che non va bene è il marxismo-leninismo, quello che non va bene è la cultura marxista-leninista, diventata inesorabilmente piccolo-borghese, con caratteri altamente repressivi. Perché la materia comune a tutti i dirigenti italiani è la convinzione di essere investiti ad agire per il bene del popolo, quel popolo che sotto tante belle parole altro non viene considerato che un coglione, ed essere investiti ad agire significa eliminare ogni concorrente. Ma con i comunisti, per ora, siamo in una fase più tranquilla. Del resto, qualcuno fra essi è stato sempre abbastanza vicino a noi radicali, per esempio Umberto Terracini e Fausto Gullo.

Playboy – Ora i radicali stanno diventando popolari. Riccardo Lombardi dice che questa popolarità può diventare pericolosa. Dice che il loro seguito è un boccone ghiotto per quei partiti che sperano di essere loro a ottenere i voti che potenzialmente andrebbero al Partito radicale.
Pannella – Il pericolo è per gli altri, se in malafede giocano sulla popolarità dei radicali. Uno nasce figlio di puttana; se per dieci anni fa tutto il possibile per dimostrare di non esserlo, ma in pratica lo è: diventa figlio di puttana chi va con lui? I radicali è difficile che si spostino dalle loro posizioni, tanto più ora che sono più sicuri e forti. Il rischio, se rischio c’è, lo corrono gli altri.

Playboy – Tu ritieni di avere una missione? E ritieni che gli uomini debbano avere una missione?
Pannella – Io non credo nelle missioni, come non credo nel destino, nella predestinazione, nella vocazione e tutte queste autentiche balle. Detesto soprattutto l’idea di sacrificio.

Playboy – Ma il digiuno…
Pannella – Il digiuno! Digiunare non è piacevole, d’accordo, e io in genere mangio molto e bene. Però digiunare è l’unica arma a disposizione di chi è in minoranza e detesta la sola idea di violenza, e dunque io scelgo quest’arma, e dal momento che l’ho scelta perché è l’unica arma a mia disposizione ne sono felice, esaltato. Arrigo Benedetti una volta mi ha immaginato chiuso entro quattro mura, emaciato, in colloquio con i morti. Ma io sono nella piazza, ma io sono esaltato. Lo spirito di sacrificio, l’etica e l’etichetta del sacrificio non sono per me. Detesto tutto ciò, e la lotta eroica, la catarsi: io voglio vivere ed essere felice, e voglio che il mio compagno viva e sia felice, ho dunque vera ripugnanza per il suo sacrificio. E’ dovere di un militante essere vivo e felice, non morto ed eroe.

Playboy – Mi puoi dire in che cosa credi, in che cosa non credi?
Pannella – Non credo nel potere prima di tutto. Credo nella gente. Il mio movimento , i radicali, propongono tutti questi referendum. Siamo sicuri di vincere. Siamo sicuri di ottenere l’ottanta per cento dei voti favorevoli, siamo sicuri che a ognuno farà più piacere mettere la propria firma per un certo numero di referendum che per uno solo. L’ottanta per cento delle persone è profondamente d’accordo con noi, però non lo sono le istituzioni, e da qui viene quella dicotomia che ci tormenta. Ma combattiamo sicuri di vincere. La nostra forza è di esprimere quello che si chiama il sentimento comune della gente. E credo nella parola che si ascolta e si dice, dovunque, a scuola, a letto, nelle strade, nelle piazze, mentre non credo nell’invettiva, come non credo nei testi sacri o nelle ideologie.

Playboy – Sei un personaggio molto discusso. Alcuni ti amano, altri ti odiano. Il tuo nome basta a fare urlare dal fastidio e dalla rabbia…
Pannella – Quelli che mi amano, in realtà ricambiano il mio amore. Quelli che mi odiano, altro non esprimono che l’odio normale per il “diverso”, la stessa forma d’odio che fa sbavare contro l’omosessuale che non dà noia a nessuno, contro la donna che cerca di uscire dalla sua tradizione di secolare oppressione, contro il povero… Oltre questi “diversi” ce ne sono degli altri, e sono odiatissimi: quelli che credono nella libertà.

Playboy – Tu personalmente sei diventato molto popolare, fra l’altro, dopo la tua comparsa in televisione. Sei riuscito a dare una scossa alla gente, a coinvolgerla. Tutti hanno seguito la tua battaglia, si sono chiesti: riuscirà, non riuscirà? Il piccolo schermo aveva “ingabbiato” gente ben più rompiscatole di te. Ti è andata bene, un caso unico o quasi… ma è cambiato qualcosa nella tua vita, dopo che sei riuscito a espugnare il santuario dei “mass-media”?
Pannella – Certo, ora la gente mi ferma per strada, in treno, un po’ dovunque. Arrivano a centinaia lettere, per lo più di giovanissimi, ma non solo da loro: a volte sono famiglie intere, tre generazioni, a scrivermi, a chiedermi di andare avanti, a offrirmi la loro amicizia. Mi chiedono cosa possono fare. Si sentono esclusi. La nostra cultura ci abitua a ritenerci inutili, irrimediabilmente soli e irripetibili proprio nelle nostre migliori speranze. Non ho avuto molto tempo, in questi mesi, per rispondere a lungo come avrei voluto: lo farò.
Intanto, con convinzione e con molta fiducia, chiedo a tutti di iscriversi al Partito radicale, anche se mai si sono iscritti a un partito, anzi ancor più in questo caso: o se sono e vogliono restare iscritti ad altre organizzazioni. E dò loro l’indirizzo e il numero di conto corrente: via di Torre Argentina 18, e c/c 1/47750 intestato a PR. Solo con un Partito radicale più forte, penso che anche la “Lega 12 maggio” e ogni altra lotta organizzata per l’alternativa può sperare di raggiungere i suoi obiettivi. Anche il rinnovamento della sinistra tradizionale, in tutte le sue componenti, dalla comunista alla repubblicana, dalla socialista alla liberale, passa attraverso l’iniziativa unitaria e libertaria del movimento radicale.

Playboy – Alla televisione, nei dibattiti, tutte le volte che monti su una cassetta di sapone o su un podio improvvisato, ti chiedono di parlare di fascismo, del fascismo di oggi… Sono le cose che in genere si chiedono ai politici. Ma che cos’è al di là dell’etichetta, il fascismo; e chi oggi deve essere considerato fascista, almeno secondo Marco Pannella e coloro che simpatizzano per lui?
Pannella – I missini non sono che paleofascisti. E’ una questione che non m’interessa. Per me i veri fascisti di oggi sono i democristiani, portatori del messaggio autoritario classista, come era il fascismo di un tempo. Sono d’accordo con l’amico Pasolini quando dice che nulla distingue i gerarchi di Mussolini da quelli di oggi; anzi. E tutto il parlare che i nostri dirigenti politici fanno di antifascismo, tutto questo cerca di scaricare l’emozione e l’indignazione popolare contro il fascismo, cela soltanto – ma quanto male – il tentativo di distogliere l’attenzione da se stessi, per potersi presentare come i democratici. Non c’è alcuna rottura fra l’Italia di Mussolini e l’Italia del fascismo democratico: Mussolini a torso nudo nell’agro pontino (l’ho detto in un dibattito, a proposito del film di Nico Naldini “Fascista” è forse più simpatico, certo non diverso da Paolo Bonomi che da trent’anni fa il dittatore nelle nostre campagne come capo dei coltivatori diretti.

Playboy – Questo che tu dici è ben diverso da ciò che di solito dicono i politici. In una situazione tanto confusa e contraddittoria, forse volutamente, la tua risposta non è certo elusiva, bizantina. Tu non spacchi i capelli in quattro, usi l’accetta.
Pannella – Sì. Ma in Italia, da molti anni, da diverse parti si persegue una colpevole operazione di disgressione. Scatenarsi contro Almirante e i suoi gregari; resuscitare l’odio contro quei ragazzi ventenni che entrarono nella Repubblica Sociale Italiana, è stupido; ma non soltanto stupido, perché funziona per confermarsi una volta di più servi del potere e del fascismo, che oggi vivono e prosperano nel nostro Paese sotto specie democristiana. Essere antifascisti non può significare, oggi, che essere antidemocristiani. Se abbiamo sdegno e rabbia rivolgiamoli contro i successori reali, storici, del fascismo dello Stato. Questo è quanto facciamo noi radicali.

Playboy – In questo momento, tu puoi considerarti un vincitore. Hai battuto e messo in rotta l’avversario applicando con lucidità la tecnica ormai collaudata della contestazione. E il tuo medagliere si arricchisce di più: la battaglia per il referendum, la lotta contro il monopolio e lo strapotere radio-televisivo, che si è conclusa con la partenza di Bernabei, alla vigilia della vostra marcia di protesta…
Pannella – Ormai era chiaro che questo personaggio doveva andarsene dalla Rai. Dando le dimissioni o messo fuori dal governo. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che confermava come la Rai-Tv si muovesse su un terreno di illegalità rispetto ai diritti del cittadino, Bernabei non poteva che andar via. Bernabei, il massimo esponente della disinformazione, colui che più di ogni altro impersonava in se stesso la violenza contro il cittadino… Perché violenza, e violenza fisica, non è soltanto colpire nel corpo l’essere umano, ma nello spirito, privandolo dei suoi diritti, bersagliandolo con notizie false o tendenziose, pian piano togliergli la facoltà di pensare, dunque modificando la sua stessa natura. Qualche successo, certo, lo abbiamo raccolto. Ed è merito della nostra ostinazione, della forza di ricominciare sempre daccapo, senza lasciarci abbattere dalle sconfitte, rifiutando di sopravvivere, desiderando vivere… È merito della nostra fiducia, della nostra speranza.

Playboy – Se dunque dovessi tentare un bilancio, se una sera, dopo mezzanotte, ti telefonasse il corrispondente di un grande quotidiano straniero, e ti chiedesse: “Marco, in trenta secondi, spiegami che cosa sta succedendo in Italia”… Te la sentiresti di rispondere, e che cosa risponderesti?
Pannella – È sempre molto difficile fare bilanci, perché la realtà cambia di continuo. Mi capita spesso, in questo periodo, soprattutto all’estero, che mi si chieda che cosa sta capitando in
Italia di così spaventoso, o che cosa è successo a questo Paese, che sembrava così bene avviato per la strada del “miracolo economico”… Io dico che stanno capitando cose che si erano previste,che per forza non potevano che essere così, con questa classe dirigente che nulla distingue da coloro che erano al potere o accanto al potere ai tempi di Mussolini. Con la differenza che oggi siamo un Paese industriale, allora eravamo un Paese di contadini. Però sta capitando una cosa che persino giustifica un certo ottimismo: la classe dirigente comincia per la prima volta a dubitare di se stessa e a ragionare sui propri sbagli.

Tutto il testo dell’intervista a Playboy si trova qui

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