Cannes/La fille inconnue quasi un giallo per i fratelli Dardenne (video)

Ci avviamo agli ultimi giorni di questa sessantanovesima edizione del Festival di Cannes, ma ci sono ancora dei grandi registi che devono presentare le loro opere. Ieri è toccato ai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, una vera istituzione sulla Croisette, visto che nella loro bacheca sono presenti già due Palme d’Oro, nel 1999 con “Rosetta” e nel 2005 con “L’enfant”. E anche in altre edizioni hanno quasi sempre portato un premio a casa.

Film meno perfetto del solito

Potrebbero farcela anche stavolta con “La fille inconnue” (sopra un estratto), un buon film, ma meno perfetto del solito. Soprattutto in quello che è da sempre uno dei loro punti forti, la sceneggiatura. L’idea della storia è forte: un giovane medico, Jenny Davin (Adele Haenel), una sera, dopo aver chiuso lo studio sente nuovamente il citofono trillare. È già passata un’ora dall’orario di chiusura e dice al suo assistente di non aprire.

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I sensi di colpa e l’indagine

Si è fatto veramente tardi. Il giorno dopo la polizia la informa che una giovane ragazza, non identificata, è stata trovata morta lungo la banchina di un corso d’acqua proprio vicino allo studio medico. Le telecamere del palazzo hanno ripreso la donna, in evidente stato di agitazione, bussare allo studio di Jenny. Che fare? Oramai è troppo tardi per salvarla e Jenny, presa dai sensi di colpa, comincia a investigare da sola sul caso, in modo da riuscire a scoprire le generalità della ragazza. Pian piano il puzzle si ricompone, ma il senso di colpa andrà via?

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Regia precisa come una lama

Non c’è spazio per i sentimenti nei film dei Dardenne (nella foto sopra), tantomeno per catarsi e piagnistei. “La fille inconnue” è l’ennesimo esempio di una regia ridotta all’osso, precisa come una lama. E di una storia che fondamentalmente mette lo spettatore a fare i conti con la propria indifferenza, con quella mancanza di sensibilità che oramai regna un po’ dappertutto nei confronti del prossimo. Il tempo stringe, chi è in ritardo si dovrà arrangiare come può.

Meno curati i personaggi secondari

Se però le vicende della protagonista sono raccontate con grande misura, una serie di personaggi che le girano intorno (uno specializzando che ha deciso di non concludere gli studi di medicina, una famiglia che forse è implicata nella scomparsa della giovane donna) funzionano di meno. A tratti appaiono posticci rispetto alla narrazione e abbassano notevolmente la tensione drammatica del film. Si potrebbe parlare di un film “minore” dei fratelli Dardenne, ma considerarlo fuori dalla rosa dei favoriti sarebbe sbagliato.

“Ma’ Rosa”: grande qualità cinematografica

Può invece sparigliare le carte alla giuria “Ma’ Rosa”, del filippino Brillante Mendoza (sopra il trailer), che mette da parte gli eccessi del passato e si rifugia in un’opera di grande qualità cinematografica. La Rosa del titolo (Jaclyn Jose) è una madre che nel negozietto di proprietà spaccia crystal (una metanfetamina).

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Come tirare avanti a Manila

Uno spaccio necessario se si vuole campare in un quartiere poverissimo di Manila. Un giorno viene arrestata insieme al marito, e i suoi quattro figli faranno il possibile (tutto, anche vendere il loro corpo) per cercare i soldi necessari a pagare la cauzione e liberare mamma e papà.

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È feroce la corruzione ritratta

Ipnotico, teso, incalzante nel ritmo. Il film di Mendoza (nella foto sopra) è un dramma con sfumature poliziesche che descrive con ferocia la corruzione nei bassifondi di Manila. Quasi tutto girato di notte, sotto una pioggia monsonica che non dà tregua. Uno sguardo freddo su cosa significa essere poveri.

“Aquarius”: un appartamento affacciato sulla spiaggia

Fari puntati anche sul brasiliano “Aquarius”, del semisconosciuto Kleber Mendonça Filho (sopra il trailer), classe 1968, di Recife. Storia di donna Clara (una superlativa Sonia Braga, che punta dritto alla Palma d’Oro come migliore attrice protagonista), incapace di dimenticare il passato. Tanto che decide di non vendere il suo appartamento anche quando tutti gli altri condomini del suo palazzo (l’Acquarius, perché si affaccia sulla spiaggia di Recife) cedono di fronte alle superofferte di una multinazionale dell’edilizia. Dovrà fare i conti con un gentile e infido architetto, che però sottovaluta la testardaggine e il coraggio di Clara.

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Una modernità che non attecchisce

Un film che evoca un passato fatto di musica e serate in famiglia, dove la vita non era troppo condizionata da un’idea di progresso che sembra portare il Brasile più in basso che in alto. Clara accetta la modernità, ma preferisce non staccarsi dai suoi vinili, dai suoi libri, dalla casa dove ci sono i mobili di famiglia e dove ha cresciuto i suoi quattro figli. È una donna indipendente, ancora sessualmente attiva nonostante sia vicina ai settanta, che non ha paura di fare il bagno dove c’è il cartello di divieto di balneazione a causa degli squali. Nel film c’è forse troppa saudade, ma tanto basta per aver conquistato il favore di molti critici.

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