Piazza Fontana: 50 anni dopo la strage i nomi dei colpevoli in un libro

I feriti nel massacro di piazza Fontana furono 88, I morti, invece, 17. È il bilancio della strage che 50 anni fa, il 12 dicembre 1969, inaugurò una stagione ricordata come quella della strategia della tensione. L’espressione la coniò 6 giorni prima che la bomba esplodesse un giornalista anglosassone, Leslie Finer, che lavorava per il britannico Observer. Nell’articolo si dava conto dei movimenti delle formazioni extraparlamentari di estrema destra. Movimenti che facevano presagire qualcosa di grave, forse un colpo di Stato o forse il ricorso alla violenza indiscriminata, come poi è stato.

La Cassazione del 2005

A mezzo secolo di distanza, quest’ultima affermazione è pacifica ed è contenuta nel libro che esce oggi per Paper Fist, la collana del Fatto Quotidiano. Si intitola “Piazza Fontana: i colpevoli” (160 pagine, 10,20 euro) ed è stato scritto dalla giornalista Antonella Beccaria, collaborazione di Consumatrici.it. La quale sottolinea che a valle di un percorso giudiziario lunghissimo e che è giunto al vaglio finale della Cassazione il 3 maggio 2005, infatti, non solo c’è il nome dell’organizzazione – Ordine Nuovo – che ha operato per uccidere cittadini ignari, ma ci sono anche i nomi di alcuni dei responsabili.

I neofascisti

I principali sono quelli del procuratore legale Franco Freda e del libraio trevisano Giovanni Ventura, entrambi a capo della cellula nera di Padova. I neofascisti, tuttavia, non potevano essere più processati né condannati per quel reato perché assolti in via definitiva in un precedente procedimento in cui erano accusati degli stessi reati.L’armiere pentitoAi primi due si aggiunge un terzo nome. Corrisponde a Carlo Digilio, veneziano, colui che, dal 1967 al 1984, fu l’armiere di Ordine Nuovo. Quadro coperto nel mondo dell’eversione di destra e collaboratore dei servizi d’intelligence statunitensi fino al 1978, Digilio nella prima metà degli anni Novanta venne individuato a Santo Domingo e riportato in Italia.

Il giudice Salvini

Qui scelse di collaborare con la magistratura e ciò gli valse il riconoscimento delle attenuanti generiche che portò un decennio più tardi a dichiarare i suoi reati estinti dalla prescrizione.Nel frattempo, ciò che disse al giudice istruttore Guido Salvini contribuì in modo fondamentale a ricostruire un periodo storico al quale mancavano elementi non emersi nei processi precedenti. Tra questi, l’individuazione di un arsenale in provincia di Treviso, nel Comune di Paese, dove vennero messi a punto gli ordigni che deflagrarono anche prima di Piazza Fontana. Gli attentati attribuiti del 1969 a Ordine Nuovo furono infatti 22 e iniziarono il 15 aprile, con una bomba che esplose a tarda sera nel rettorato dell’università di Padova.

Mandanti mai individuati

Infine, tra le certezze che emergono in cinquant’anni di storia giudiziaria, ne compare un’altra: il ruolo dei servizi segreti dell’epoca, il Sid. Suoi ufficiali – il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna – si adoperarono per far fuggire all’estero ordinovisti e simpatizzanti finiti nel mirino della magistratura. E poi ci furono i depistaggi alle indagini operati anche da altri: reperti, relazioni di servizio e testimoni che evaporarono. Impedendo così di individuare tutti gli esecutori, ma soprattutto i mandanti. Le cui identità sono rimaste ignote.

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