Osteoporosi, lo specialista: “È una ladra silenziosa, che fare”

La chiamano la “ladra silenziosa” perché agisce generalmente senza dare segno di sé, ma rubando progressivamente massa ossea fino a rendere l’osso estremamente fragile. Capita spesso, così, che la si scopra solo in occasione di una frattura, cioè quando la patologia è già piuttosto evoluta. A esserne interessata è soprattutto la popolazione femminile, dopo la menopausa (la carenza di estrogeni condiziona in modo negativo il rimodellamento dell’osso).

Che probabilità ha, oggi, una donna in menopausa di andare incontro a una frattura ossea per fragilità?

“Le fratture da fragilità ossea sono la conseguenza più grave dell’osteoporosi; un evento che, allo stato attuale, è responsabile dell’occupazione di circa un quinto dei letti delle divisioni di otopedia”, osserva il dottor Massimo Varenna, direttore dell’Unità Operativa Centro per la Diagnosi e il Trattamento dell’Osteoporosi e delle Malattie Metaboliche Scheletriche, ASST “Gaetano Pini” Cto, Milano (nella foto in basso).

“Diciamo che è verosimile pensare che il 20-30% delle donne che vanno in menopausa andranno incontro, nell’arco degli anni che le aspettano, almeno ad una frattura per fragilità. Le più frequenti sono le fratture del femore, quelle dell’omero-prossimale, le fratture del radio-distale (il polso) e quelle vertebrali”.

La diagnosi di osteoporosi si basa sulla Moc, un esame che permette di calcolare la densità minerale ossea. A quale età è consigliabile sottoporsi a questo controllo? “Più che una questione di età è una questione di fattori di rischio”, risponde lo specialista. “Sta al medico, attraverso un’attenta valutazione della storia della paziente, valutare la presenza di eventuali elementi che possono renderla più vulnerabile nei confronti di questa patologia”.

Quali sono i fattori di rischio?

“Fattori di rischio sono: una familiarità per una frattura, in particolare del femore (se la mamma si è fratturata un femore, la figlia ha più del doppio delle probabilità di andare incontro al medesimo evento); una menopausa precoce (prima dei 45 anni), il fumo; la vita sedentaria; una dieta squilibrata con ridotto apporto di calcio e di vitamina D”, afferma il dottor Varenna. “Anche certi farmaci (cortisone, eparina, ormoni tiroidei, alcuni diuretici) e alcune patologie (malattie reumatiche ed endocrine, diabete, mal assorbimento intestinale ed altre) possono avere un impatto negativo sulla salute dello scheletro”.

Ma è possibile prevenirla?

“Sì, eliminando in primo luogo tutti quei fattori di rischio che sono modificabili: evitare il fumo, praticare una regolare attività fisica, seguire un’alimentazione equilibrata e con un adeguato apporto di calcio.”, risponde lo specialista.

C’è un’attività fisica più indicata a questo scopo?

“No, non esiste un’attività particolare da consigliare”, risponde l’esperto. “Va bene camminare, correre, andare in bicicletta, ballare. Fondamentale è la conservazione del coordinamento neuro-motorio, che preserva dalle cadute”.

Per quanto riguarda l’alimentazione: qual è il fabbisogno di calcio per una donna in menopausa? E come può regolarsi una persona che, per svariati motivi, ha escluso dalla sua dieta latte e latticini, cioè la maggiore fonte di questo minerale?

“Il fabbisogno di calcio di una donna in menopausa è di 1200 mg al giorno”, risponde lo specialista. “In alternativa a latte e latticini, si può ricorrere ad acque minerali calciche o a bevande “fortificate”, come il latte di soia con supplemento di calcio”.

Assumere un integratore a base di vitamina D può essere utile?

“In linea preventiva, sì”, afferma il dottor Varenna. “Non bisogna invece pensare che possa essere una terapia per l’osteoporosi: se i valori densitometrici sono già compromessi, la sola assunzione di vitamina D non è in grado di modificare in maniera sostanziale le probabilità di andare incontro a una frattura da fragilità. In questi casi va impostato un trattamento con farmaci adeguati”.

Quali sono attualmente i farmaci in uso in Italia per il trattamento dell’osteoporosi e qual è il loro meccanismo?

“La maggior parte dei farmaci che abbiamo a disposizione (bisfosfonati, denosumab) agiscono riducendo il riassorbimento osseo. Abbiamo invece un solo farmaco (il teraparatide) in grado di stimolare la neoformazione dell’osso”, spiega l’esperto. “Tale farmaco, molto costoso, finora è stato prescrivibile solo per pazienti con osteoporosi severa e già decisamente evoluta. Da poco, tuttavia, ne è scaduto il brevetto, il che significa che entraranno in commercio dei farmaci generici con lo stesso principio attivo a costi verosimilmente ribassati. L’auspicio è quindi che in tempi non troppo lunghi possa essere ampliata la platea di pazienti con osteoporosi che possano beneficiare di questo tipo di trattamento”.

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