Aids: 34 anni dopo per i giovani è “muffoso”, ma…

A 34 anni dalla scoperta del virus, l’Aids continua ad essere un problema non risolto. Eppure, soprattutto dai giovanissimi, è considerato qualcosa che appartiene al passato, che ha poco a che fare con sé e con la propria vita.

Aids: secondo i più giovani, un argomento “muffoso”

“Secondo un recente questionario che ha interessato più di 5.000 giovani delle aree metropolitane di Milano, Roma e Bologna, i ragazzi si aspettano informazioni sull’Aids dalla scuola e, in secondo luogo, dalla famiglia. Non cercano di saperne di più attraverso Internet e non ne parlano col gruppo dei pari”, osserva il professor Massimo Galli, docente ordinario di Malattie Infettive all’Università di Milano e direttore dell’U.C. di Malattie Infettive universitaria dell’Ospedale Sacco di Milano.

“Questo significa, purtroppo, che lo ritengono un argomento “muffoso” e di scarso interesse”.

Il problema del “sommerso”: per 15-20 anni è possibile non avere sintomi

Ma qual è la situazione epidemiologica nel nostro Paese?
“Le nuove diagnosi di infezione da Hiv sono circa 4.000 all’anno”, risponde l’esperto. “La fascia di età è soprattutto quella che va dai 25 ai 35 anni e una fetta importante è rappresentata da coloro che hanno già sintomi.

Un’incubazione anche di 15-20 anni

Bisogna tener presente che la diagnosi può avere già alle spalle 15-20 anni di storia precedente. Più chi si infetta è giovane, più lenta tenderà ad essere la progressione della malattia.

Rilevante è quindi il problema del sommerso, cioè delle persone che non sanno di aver contratto l’infezione perché non avvertono alcun sintomo. Per quanto riguarda le nuove diagnosi di Aids, poi, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone che sono arrivate tardissimo a scoprire la malattia, quando questa ormai sta dando chiari segni di sé, per esempio con infezioni ad essa correlate, come una polmonite interstiziale”.

I più a rischio: i giovani omosessuali maschi

Chi è più a rischio? “Rispetto ai primi tempi di diffusione, quando la maggior parte delle infezioni trasmesse riguardava i tossicodipendenti, la situazione è cambiata”, spiega il professor Galli.

“Oggi la principale modalità di trasmissione è quella sessuale, sia eterosessuale sia omosessuale, anche se una parte rilevante dei nuovi casi è rappresentata da giovani maschi che fanno sesso con maschi, una popolazione-chiave da raggiungere per la prevenzione”.

Diffondere la cultura della prevenzione

Far sì che l’educazione alla salute diventi una componente curricolare delle materie scolastiche è fondamentale.

“Già non pensare che il problema sia inesistente o non ti riguardi è un primo passo verso una cultura della prevenzione”, sottolinea il professor Galli. “Le raccomandazioni principali sono sempre avere rapporti protetti e, in caso di dubbio di aver contratto l’infezione, sottoporsi al test. È molto importante sapere che la terapia, che deve essere il più possibile precoce, non solo è nell’interesse della persona colpit, a cui evita la progressione della malattia, ma è anche uno strumento di prevenzione, poiché un trattamento efficace riduce praticamente a zero la possibilità che la persona che l’assume trasmetta ad altri l’infezione”.

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