Jobs act: lavoratori “spiati”, la Cgil pensa ai ricorsi

No alle telecamere piazzare in ufficio per riprendere il dipendente durante la sua giornata lavorativa, a meno che non esista un’autorizzazione sindacale o amministrativa e abbiano come finalità la sicurezza e la prevenzione. Sì invece – nonostante l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori del 1970 sui controlli a distanza – a dispositivi elettronici come smartphone, tablet e computer che, messi a disposizione del lavoratore, consentano all’azienda di controllare cosa fa fornendole informazioni che possono sfociare in provvedimenti disciplinari. In questo caso l’ok dei sindacati non è necessario.

Un altro pezzo dello Statuto dei lavoratori che salta

Insomma, dopo l’articolo 18, anche un altro pezzo dello Statuto dei lavoratori salta per aria, con il decreto attuativo approvato l’11 giugno scorso e come le aziende possano beneficiare del controllo a distanza dei lavoratori ancora non si sa, dato che il dettaglio tecnico è demandato ai datori di lavori. Ai quali è richiesto di rispettare un’unica condizione: i dati telematici raccolti dovranno essere “utilizzati a ogni fine connesso al rapporto di lavoro, purché sia data al lavoratore adeguata informazione circa le modalità d’uso degli strumenti e l’effettuazione dei controlli, sempre, comunque, nel rispetto del Codice privacy”.

Il nodo del documento sul trattamento dei dati

Per diventare operativo, questo nuovo strumento per il controllo a distanza, esteso anche ai sistemi per la “registrazione degli accessi e delle presenze”, ha bisogno a questo punto di un documento in cui ogni azienda definisce una propria policy. Lo scoglio sarà quello di renderlo compatibile con quanto dispone la legge sulla privacy, ma risolto il nodo, la firma di questo documento sarà inderogabile al momento dell’assunzione. Sta di fatto che proprio la questione della riservatezza dei dati potrebbe essere l’unica leva per contrastare questa nuova azione del governo in tema di lavoro.

Garante per la privacy e Consiglio d’Europa: le due vie per opporsi

Se la leader della Cgil Susanna Camusso parla in termini espliciti di “spionaggio” e “grande fratello”, sulla vicenda interviene la segretaria confederale Serena Sorrentino. “Daremo battaglia in parlamento”, ha detto la sindacalista d’origine napoletana, “verificheremo con il garante della privacy se ciò è consentibile anche alla luce della raccomandazione del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che mira a proteggere la privacy dei lavoratori di fronte ai progressi tecnologici che permettono ai datori di lavoro di raccogliere e conservare ogni tipo di informazione”.

Per la Cgil spazi di difesa anche in tribunale

E nel momento in cui ci fossero presunte violazioni della riservatezza che si potrebbe fare? “In un qualsiasi tribunale italiano”, spiega ancora Serena Sorrentino, “si potrà invocare la raccomandazione che prevede limiti ferrei su qualsiasi tipo di controllo operato nei confronti dei dipendenti, sulla raccolta e l’utilizzo di tutti i loro dati personali. Viene cosi stabilito che ai datori di lavoro è vietato usare qualsiasi tecnologia al solo scopo di controllare le attività e i comportamenti dei dipendenti, e degli ambienti in cui operano”.

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