Il Campione: parla Leonardo D’Agostini, il regista del film in sala

Chi sono i veri divi di oggi, quelli ai quali perdoniamo tutto, quelli che ci fanno disperare ed esultare, quelli che ai nostri occhi hanno vite meravigliose, sono ricchi, belli e invicibili? Sicuramente i calciatori.

Ed è proprio un giovane e talentuoso calciatore della Roma, Christian Ferro, ventenne dal contratto milionario, mega villa, maialino da compagnia, uno stuolo di Lamborghini in garage e tendenza agli eccessi, il protagonista de “Il Campione”, primo film di Leonardo D’Agostini, in uscita il 18 Aprile.

Sceneggiato da Giulia Steigerwalt in collaborazione con il regista e Antonella Lattanzi, autori del soggetto, prodotto da Sydney Sibilia, Matteo Rovere e Rai cinema, è interpretato da Andrea Carpenzano, visto di recente nel film “Tutto quello che vuoi” e Stefano Accorsi, che aveva  già recitato in una pellicola sul mondo del calcio: “L’Arbitro”.

Questo però, è un film sul calcio che cerca l’introspezione, che si mette nei panni del giovane calciatore, tentando di capire quali sono gli effetti che un mondo rutilante, ma allo stesso tempo spietato, basato spesso su rapporti superificiali e amicizie interessate, a parte rare eccezioni, può avere su un ragazzo che non ha ancora chiara  la sua identità.

“Lei vuole che un calciatore studi per prendere la maturità. Perché?”, chiede Valerio, il professore del film, quando viene chiamato ad aiutare il giovane campione col programma scolastico, dopo l’ennesima bravata. Come si raggiunge questa maturità, nel senso più ampio del termine, prova a raccontarcelo il regista Leonardo D’Agostini.

Com’è nata l’idea di questo film?

Da un fatto di cronaca. Nel 2013, Mario Balotelli giocava nel Milan, era già un calciatore affermato, un talento ribelle. In seguito a una sua bravata, il Milan gli mise accanto un tutor per limitare le sue uscite extra-calcistiche. Nel suo caso, si trattava di una guardia del corpo.

Da questo spunto, io e Antonella Lattanzi abbiamo cominciato a ragionare, a costruire la storia. Cosa succederebbe se un giovanissimo calciatore, un divo, ricco e famoso fosse costretto a vivere con un uomo ben diverso da lui, al quale è affidato l’ingrato compito di disciplinarlo?

Il tuo non è solo un film sul calcio, anche se di questo mondo si parla, con i suoi eccessi, l’enorme giro di denaro e tutto il contorno di figure che gravitano nell’orbita dei calciatori. Tratta, fra le altre cose, la gestione della fama, la difficoltà di un ragazzo di affrontare la vita in prima persona, senza lasciarsi influenzare. Qual è l’aspetto che ti interessava di più?

Sono d’accordo. Non è un film sul calcio, ma una storia di amicizia. Il calcio ovviamente è uno sfondo molto importante, ma ci interessava soprattutto l’incontro tra due solitudini: quella inconsapevole di Christian e quella voluta e cercata di Valerio. Due personaggi totalmente antitetici, almeno inizialmente, costretti a stare insieme.

Ci piaceva l’idea di raccontare la vita di una giovane rockstar, un ragazzo poco più che ventenne che può letteralmente fare tutto ciò che vuole, è ricchissimo, famoso, idolatrato. Ma era altrettanto importante, per noi, entrare nel suo mondo insieme al suo professore Valerio, con il suo sguardo.

Stefano Accorsi interpreta un professore deluso dall’esistenza, quasi senza speranza, che nel legame con il protagonista ritrova una ragione di vita e può fare pace con il proprio passato. Puoi parlarmi di questo personaggio?

Cercavamo un personaggio che fosse perfettamente antitetico a Christian. Se il giovane calciatore può desiderare – e ottenere – tutto quello che vuole, il suo contraltare doveva essere un uomo che ha smesso di avere desideri e curiosità. Valerio è un uomo che dalla vita non si aspetta più nulla.  La vita lo ha messo a dura prova e per questo si chiuso in sé stesso. Non lascia avvicinare più nessuno forse proprio per paura di essere di nuovo esposto al dolore, alle ferite.

Non si può fare un film sul calcio, senza confrontarsi con il vero mondo del calcio. Tu hai potuto usare immagini di repertorio della Roma e hai avuto il supporto dell’Associazione calciatori. Come è stato vivere questa realtà dall’interno? E come è stata, invece, la loro reazione alla tua visione piuttosto critica ?

Uno dei problemi principali su cui abbiamo lungamente ragionato all’inizio era proprio questo: trovare una chiave per raccontare un mondo ricco e complesso come quello della Serie A con i mezzi e i tempi del cinema.

La svolta decisiva – e ci giocavamo una grossa fetta della credibilità del film – è arrivata con l’adesione dell’A.S. Roma. Gli abbiamo sottoposto la sceneggiatura e loro hanno subito capito e approvato il progetto. Ci hanno aiutato e consigliato.

E molto di più: ci hanno messo il loro mondo a disposizione, consapevoli del fatto che il film lo raccontava nel bene e nel male.

È interessante il contrasto tra Christian Ferro personaggio pubblico, sfrontato, eccessivo e di grande successo, e il personaggio privato, in qualche modo fragile e confuso, un ragazzo ancora irrisolto. Avevi in mente qualche calciatore in particolare?

Per il personaggio di Christian abbiamo studiato le biografie di molti calciatori, italiani e stranieri, da George Best, capostipite della figura del fuoriclasse ribelle, a Cassano, Balotelli, Ibrahimovic, per citare i più noti.

E quello che è interessante è che, a prescindere dalle differenze di età e nazionalità, le loro storie spesso sono simili.

Molti calciatori vengono individuati giovanissimi e portati lontani da casa per costruire le loro carriere. Sono ragazzi che crescono lontani dalle famiglie, dagli amici, vivono una vita parallela rispetto a quella dei loro coetanei.

Se poi riescono a raggiungere i livelli più alti – come Christian nel film – la distanza diventa ancora maggiore, in un contesto come quello del calcio dove tutto gira intorno ai soldi, ai guadagni. Ma loro sono sempre ragazzi e devono crescere velocemente in un mondo di adulti.

I calciatori sembrano quasi vivere una vita fittizia, come quella realtà virtuale alla quale giocano di continuo gli amici del protagonista. C’è anche questo nel film, l’idea di una vita artefatta, poco legata alla realtà?

Questo vale per tutte le forme di divismo: quando ci sono così tanti soldi e una tale esposizione mediatica è quasi impossibile non vivere una vita irreale, una vita quasi extraterrestre. A noi interessava raccontare lo schianto che produce dentro un ragazzo così giovane, e che viene da tutto un altro mondo, dal gradino esattamente opposto della piramide sociale, una realtà del genere. Poi, però, speriamo che questo film possa raccontare tutti noi: crediamo che a ognuno di noi sia capitato di sentirsi solo, ognuno di noi sia passato attraverso le difficoltà di diventare grande, per ognuno di noi trovare qualcuno che consideriamo un maestro sia o sia stata un’esperienza preziosa, vitale.

Il film è una storia di formazione, da parte del ragazzo, ma anche del professore. Dove il primo, ex borgataro, che ha lasciato gli studi per il calcio, deve usare il sapere per “maturare” nel vero senso della parola, l’altro deve invece fare il lavoro opposto, lasciarsi andare alle emozioni, farsi coinvolgere. E’ davvero una metafora di questi tempi. Per salvarci dobbiamo riuscire a portare avanti in parallelo sia il “gioco” che la cultura?

È il senso del film. E se inizialmente è il professore ad insegnare al suo alunno, col progredire della storia il rapporto cambia, diventano amici, alla pari. E sarà Christian ad insegnare qualcosa a lui.

Christian potrà essere davvero un campione solo se riuscirà a diventare consapevole. Se riuscirà a fare le scelte giuste ragionando con la sua testa. Valerio potrà ricominciare a vivere se saprà superare le proprie durezze, i propri blocchi. I due personaggi sono complementari e, proprio per questo, possono aiutarsi. Valerio porta a Christian qualcosa che non ha e viceversa.

Il calcio è forse l’unica cosa che tiene veramente insieme le persone, aldilà delle classi sociali, culturali, delle opinioni politiche. Secondo te qual è la proiezione che le persone fanno su questo gioco?

Il calcio, per chi lo segue, è un rito, un grande spettacolo, una forma di evasione, una passione. Credo che sia un momento di coesione, come dici tu, di vicinanza, e che chi lo guarda si senta proprio lì, sul campo, davanti alla porta, e senta di appartenere a una “squadra”, in tutti i sensi. Al di là di quello che è stato costruito attorno a questo sport, il calcio, in sé, come tutti i riti, fa sentire le persone più vicine.

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