L’Oriana: giù gli ascolti di ieri, non avvince un giornalismo scomparso

Non è piaciuta L’Oriana, la fiction di RaiUno sulla vita della giornalista e scrittrice Fallaci. Al non straodinario share del 15,9, pari a 4 milioni e mezzo di telespettatori della prima puntana trasmessa lunedì sera, si sono agiuti i 3.855.000 telespettatori con il 14,26% di share di ieri sera: un po’ pochi per il notevole spiegamento di mezzi usati in questo caso da Rai1.

Due sono i punti deboli sottolineati nei commenti, a iniziare da quelli su Twitter: l’interpretazione di Vittoria Puccini e una narrazione troppo edulcorata rispetto al vissuto reale della cronista italiana più conosciuta nel mondo.

Un giornalismo che non esiste più

Di certo la grande mancanza che si sente nella ricostruzione della vita e della carriera di Oriana Fallaci non è tanto dovuta alla fiction, ai suoi sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia, al regista Marco Turco e al produttore Domenico Procacci.

La mancanza sta nel mondo reale e si chiama giornalismo perché, quel tipo di professione, oggi non esiste più. L’Oriana Fallaci di Vittoria Puccini, nella prima puntata dello sceneggiato, convince il suo direttore degli esordi a staccarle così tanti biglietti aerei da sembrare “una fisarmonica” in modo che lei possa girare il mondo per raccontare le donne e la loro condizione nel mondo. Lui, recalcitrante, alla fine cede a un’unica condizione: che lei non parta da sola, ma con un fotografo. E quando, dopo aver girato un pezzo d’Asia, atterra a Saigon decisa a raggiungere il fronte militare, in redazione c’è chi le dà della scriteriata per la pericolosità del suo intento, ma ancora una volta il direttore ride, venendo a sapere di quella sterzata in Vietnam.

Il watergate e quel volo in Messico

Oggi sarebbe inimmaginabile. Nello stesso modo, non potrebbe esistere oggi l’episodio, all’apparenza marginale rispetto ad altri più eclatanti, ricostruito da Bob Woodward e Carl Bernstein nel loro celebre libro “Tutti gli uomini del presidente. Lo scandalo Watergate e la caduta di Nixon”. Uno dei due giornalisti è in California per seguire una traccia lasciata dal denaro e, per risalire a un altro tassello della storia, deve volare a Città del Messico. Allora chiama la redazione del Washington Post, spiega la ragione di quella richiesta e, detto fatto, in aeroporto c’è un biglietto aereo che gli consente di procedere con la sua inchiesta.

“Non hai nulla da fare? Vai in Cina”

Il mondo dell’informazione è cambiato. Anche perché è molto più povero. Un inviato di guerra del Corriere della Sera, solo poche settimane fa, intervenendo a un incontro con gli studenti della facoltà di scienze della comunicazione, all’università di Bologna, ricordava un tempo in cui, se in via Solferino, uno che stava agli esteri veniva pescato a ciondolare in corridoio, si vedeva spedito seduta stante a Pechino per “tirare fuori una storia”. Su quale storia e come tirarla fuori, che se la vedesse sul campo il giornalista. Poi lo stesso inviato biasimava i freelance di oggi che partono con due lire in tasca, si spingono troppo vicino ai fronti più caldi e ci restano secchi, a volte, perché a muoverli, secondo lui, ormai non è più la passione per il giornalismo, ma la ricerca del “pezzo forte”, articolo è fotografia che sia.

L’Oriana: il racconto di una professione che non c’è più

Pur non condividendo la seconda parte dell’affermazione dell’inviato del Corsera (chi oggi rischia la pelle non lo fa per tirare a campare, ma perché proprio la passione per il suo lavoro lo porta là, malgrado le difficoltà di quell’impresa), rimane il problema che il lavoro che faceva Oriana Fallaci ormai oggi è quasi scomparso. Per cui è vero che la fiction ha dei punti di caduta: l’implausibilità dei dialoghi in italiano nei luoghi più reconditi del pianeta senza dare nemmeno l’idea che potessero avvenire in un’altra lingua, l’eccessiva centralità del romanticismo quando esplode l’amore per il giornalista francese François Pelou, i dialoghi sicuramente più addomesticati rispetto alle espressioni che Fallaci avrebbe utilizzato nella realtà. Ma la fiction rimane un ritratto, per quanto addolcito, di una passione vera: quella per il giornalismo, per il racconto del mondo. Una passione che inizia presto per Fallaci, quando ancora adolescente prende nota dei nomi dei partigiani appena impiccati dai nazifascisti.

Il merito delle fiction? Spingere ad approfondire

Dunque, un po’ come accaduto per “Romanzo criminale” (soprattutto il libro di Giancarlo De Cataldo e la fiction di Sky) e in parte per “Romanzo di una strage” sulla bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 (la versione televisiva e cinematografica di entrambe le opere ha una sceneggiatura firmata sempre da Rulli e Petraglia), le due puntate sulla vita di Oriana Fallaci un merito ce l’hanno: spingere a vedere quel mondo là, quello che oggi si è praticamente estinto, magari andando in libreria e iniziano un percorso di lettura che, in altro modo, non sarebbe mai cominciato. Con buona pace delle polemiche sull’ultimo periodo della vita della giornalista.

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