Ragazzi: Fino a quando la mia stella brillerà

C’è stato il nazismo, c’è stato Auschwitz, c’è stato Primo Levi che ha raccontato, con tragica efficacia, quegli anni di persecuzione, quei momenti, la brutalità di quella parte di storia nostra e di tutti. In quella storia, ci sono state vite e morti. E persone. Avevano un nome, una faccia, una identità che la brutalità dei campi di concentramento ha spazzato via. Ma che non ha cancellato, perché altri sono rimasti a raccontare.

È il caso di Liliana Segre, deportata ad Auschwitz a tredici anni insieme a suo padre e ai nonni paterni. Lei è sopravvissuta. Loro no.

 

Il “prima” e il “dopo” di Liliana

Il “prima e il dopo” di una vita di bambina, a Milano, in una bella casa di via Magenta e poi nell’abbandono del campo di concentramento, prima del rientro in una città che scopre non più sua, lo ha raccolto e lo racconta Daniela Palumbo in un libro che si chiama “Fino a quando la mia stella brillerà” (Piemme, 197 pagine, 15 euro) . Non c’è enfasi, non c’è epica, non c’è protagonismo in questo racconto che, invece, accoglie la voce di questa donna che parla – e parla davvero – della crudele realtà vissuta ma, soprattutto, dell’assurdità del “prima” del dramma, tra leggi razziali, indifferenza della comunità intorno, incredulità, confusione, seppur illuminata dalle persone – poche ma essenziali – che, invece, aiutano, provano a proteggere, a consolare, escono sconfitti ma non rinunciano a lottare.

Nessun romanzo, una voce diretta

Daniela Palumbo ha avuto il merito di non cedere alla tentazione del romanzare. La voce di Liliana Segre è semplice, diretta, essenziale. Quasi una conversazione che, nella sua forza tragica, si immagina possa avvenire pianamente davanti a un caffè. Ciò che si racconta – i legami spezzati, lo stupore di fronte alla cattiveria, i desideri di bambina, l’ostinazione del vivere – emerge grazie a una scelta stilistica qui particolarmente efficace. Dagli 11 anni.

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