Brexit: a 100 giorni dalla separazione Londra nello psicodramma

Bruxelles – I sostenitori del “leave” l’avevano fatta troppo semplice. Ma a due anni e mezzo dal referendum che ha sancito la volontà del popolo britannico di divorziare dalla Ue, il caos regna ancora sovrano.

La Brexit si è trasformata in un tormentone nel quale è ormai difficile districarsi e il cui esito è ancora incerto. Tanto che molti osservatori guardano con favore all’idea di bloccare gli orologi, di prendere tempo: un’opzione concreta dopo il parere della Corte di giustizia Ue sulla possibilità del Regno Unito di revocare unilateralmente l’art. 50 del Trattato europeo (quello che permette ad uno stato membro di lasciare la Ue).

Nessuno sa come sarà

Ad un centinaio di giorni dall’uscita prevista il 29 marzo 2019, nessuno, a Londra come a Bruxelles, è in grado di dire se la Brexit sarà soft (con un accordo tra le parti) oppure hard (con una rottura traumatica e un’uscita disordinata).

Le stime terribili della Banca d’Inghilterra

Di sicuro, per ora, ci sono solo le stime impietose della Banca d’Inghilterra secondo le quali la Gran Gretagna dovrà affrontare “la peggiore crisi dopo la Seconda Guerra mondiale”. In caso di “no deal”, la peggiore delle ipotesi, l’economia britannica si contrarrà immediatamente dell’8 per cento soltanto nel 2019 e Londra perderà 10,5 punti di Pil in cinque anni.
  Due anni di negoziato e di trattative interminabili tra il Regno Unito e la Ue, hanno prodotto un’intesa di divorzio di 585 pagine che il parlamento britannico avrebbe dovuto votare l’11 di dicembre se la premier Theresa May non avesse rinviato il voto in extremis per evitare una bocciatura certa.

Al confine tra le due Irlande

Il treno della Brexit rischia di schiantarsi sul confine tra l’Irlanda del Nord e l’Irlanda. L’accordo di recesso ha previsto un “backstop”, una “rete di sicurezza” che prevede una permanenza dell’Irlanda del Nord nel mercato unico, e contemporaneamente della Gran Bretagna nell’Unione doganale dell’Ue, per evitare il ristabilimento di una “frontiera dura” Nord/Sud in Irlanda che rimetterebbe in discussione la pace irlandese del “Venerdì Santo”.

Per il backstop non viene prevista una scadenza precisa, finirà – si legge nell’accordo – quando sarà stata trovata un’intesa futura e concordata. Il meccanismo di protezione dovrebbe scattare alla fine del periodo di transizione (durante il quale tutto il Regno Unito resterà ancora nel mercato unico), il 31 dicembre 2020, oppure uno o due anni più tardi se Londra e i Ventisette avranno deciso, di comune accordo, una proroga.

I timori per il backstop

Ma il Regno Unito teme di restare intrappolato a vita nel backstop e pretende nuove rassicurazioni. Dall’ultimo Vertice Ue, Theresa May ha ottenuto comprensione e anche simpatia per l’impresa impossibile che sta portando avanti, ma la risposta dei 27 è stata univoca: il negoziato non si riapre.

Nero su bianco i 27 hanno scritto che “il backstop non rappresenta il risultato preferito per l’Unione, ma solo una garanzia”, che la Ue è determinata a lavorare velocemente per stabilire entro il 31 dicembre 2020 una nuova intesa sulle relazioni future “in modo che il meccanismo non sia attivato”. E se mai dovesse entrare in vigore – aggiungono – “sarà solo una misura temporanea, fino a quando sarà strettamente necessario”.

Nuovo appuntamento a gennaio

Basterà a rassicurare i deputati di Westminster? Difficile. Un nuovo voto non è in agenda prima di Natale. Se ne riparlera’ in gennaio, non prima del 7, forse addirittura il 21. Per il premier irlandese Leo Varadkar, particolarmente preoccupato dalla minaccia di un no deal, Londra dovrebbe fermare gli orologi revocando l’articolo 50 (una strada sperata dai remainers che potrebbero puntare ad un referendum bis) o almeno chiedere di prolungare di qualche mese i negoziati, postcipando la Brexit. Non sarà la soluzione, ma più tempo a disposizione potrebbe aiutare il Regno Unito ad uscire dallo psicodramma in cui è precipitato e a fare chiarezza su cosa è meglio per il futuro del paese.

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