Mattarella in via Fani ricorda Moro e la scorta, i segreti di 40 anni fa

Cerimonia, stamattina, a Roma, in via Mario Fani, in occasione del quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione degli agenti della sua scorta.

Diversi i rappresentanti istituzionali presenti: dal capo dello Stato Sergio Mattarella al capo della polizia Franco Gabrielli, dalla sindaca di Roma Virginia Raggi al presidente della Regione Nicola Zingaretti, fino alla presidente della Camera Laura Boldrini. Sul posto molti rappresentanti delle forze dell’ordine.

Applauso alla scoperta della lapide in via Fani (nella foto in basso), davanti alla quale il presidente Mattarella ha deposto una corona dai colori bianco rosso e verde

Gabrielli: “Erano terroristi non dirigenti”

Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, durante l’inaugurazione del giardino martiri di via Fani, ha parlato di. “una sorta di perverso ribaltamento” in cui “si confondono ruoli e posizioni”.

“Oggi riproporli in asettici studi televisivi come se stessero discettando della verità rivelata credo sia un oltraggio per tutti noi e soprattutto per chi ha dato la vita per questo Paese. Dobbiamo ricordare chi stava da una parte e chi dall’altra”.

Il rispetto della memoria vuol dire parole chiare – ha sottolineato Gabrielli nel suo discorso pubblico -. In via Fani c’erano 6 uomini dalla parte delle istituzioni, cinque sono morti subito e uno dopo 55 giorni, e un commando di brigatisti, terroristi e criminali. Scrivere ‘dirigenti della colonna delle brigate rosse’ è un pugno allo stomaco. Non so se sia stato scritto mai di Riina dirigente di Cosa Nostra. La parola ‘dirigente’ nobilita, sarebbe stato più giusto dire criminale e terrorista”.

A 40 anni dal 16 marzo 1978

A oggi sono 40 anni esatti. Da via Fani a Via Caetani passando per via Montalcini senza trascurare via Gradoli con una tappa fuori porta, tra Palidoro e Palo Laziale, sul litorale. I misteri del caso Moro si riflettono plasticamente sulla toponomastica di una città – Roma – che tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978 era presidiata dalle forze dell’ordine, con posti di blocco ovunque. Ma nessun controllo si rivelò utile e le vie della capitale si trasformarono in un labirinto senza uscita.

La strage di via Fani

Quarant’anni dopo, per ciascuna delle “stazioni” lungo cui si è dipanata la via crucis dello statista democristiano restano aperti gli interrogativi su cosa sia davvero successo. Una coltre di nebbia favorita dalla rigida compartimentazione con cui si muovevano le Brigate Rosse, oltre che da reticenze e depistaggi messi in atto da diversi soggetti.

Inizia tutto in via Fani, angolo con via Stresa, la mattina del 16 marzo, intorno alle 9. Quartiere Camilluccia, quadrante nord della città. Un commando di terroristi apre il fuoco sulla scorta del presidente della Dc, Aldo Moro uccidendo i cinque agenti: Oreste Leonardi e Domenico Ricci a bordo della Fiat 130 di Moro, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi sull’altra vettura. Moro viene prelevato e sistemato a bordo di una Fiat 132 blu che riparte verso via Trionfale, preceduta e seguita da altre 2 auto dei componenti del commando. Secondo le ricostruzioni fornite successivamente dai brigatisti, le tre auto vengono abbandonate tutte insieme nella vicina via Licinio Calvo.

La “prigione del popolo

Via Montalcini, quartiere Portuense. Al numero 8, interno 1, sarebbe stato tenuto sotto sequestro per 55 giorni il presidente della Dc. La “prigione del popolo” è in un territorio all’epoca capillarmente controllato dalla banda della Magliana che, a sua volta, ha legami solidi con apparati dello Stato. Alcuni esponenti del gruppo criminale abitano a pochi passi da lì. L’appartamento è intestato alla brigatista Anna Laura Braghetti. Dentro ci sono anche Prospero Gallinari e Germano Maccari. Per gli interrogatori arriva Mario Moretti, che parte da un altro luogo simbolo: via Gradoli 96.

Il “covo di Stato”

In questa traversa della Cassia, zona Nord, in una palazzina al numero 96, Moretti, che si fa chiamare “ingegner Borghi”, vive con la compagna Barbara Balzerani. La polizia, in occasione dei controlli fatti 2 giorni dopo la strage di via Fani, va in via Gradoli, come in altre strade del quartiere, ma non in quell’appartamento. Il “covo di Stato”, nella definizione del senatore Pci Sergio Flamigni, viene scoperto solo il 18 aprile 1978, in seguito ad una perdita d’acqua segnalata dall’inquilina del piano di sotto. Si apprenderà poi che nella palazzina ci sono ben 24 case di società immobiliari intestate a fiduciari del Sisde.

Il luogo del ritrovamento

Il sequestro si chiude con l’ultimo atto, questa volta al centro di Roma: in via Caetani – dietro Botteghe Oscure, sede del Pci, e poco distante da piazza del Gesù, sede della Dc – dove la mattina del 9 maggio viene fatta trovare una Renault 4 amaranto con il cadavere del politico nel portabagagli. Tanti i dubbi sollevati da chi ritiene improbabile che i brigatisti quella mattina abbiano attraversato tutta la città per arrivare da via Montalcini al centro storico, con quell’ingombrante carico.

C’è chi ipotizza che il prigioniero si trovava in realtà in un covo nei dintorni di via Caetani. L’informato Mino Pecorelli scrive il 17 ottobre 1978: “Il ministro di Polizia (Cossiga, ndr.) sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero: dalle parti del ghetto”. Altra suggestione: via Caetani costeggia due palazzi storici, Palazzo Caetani e Palazzo Antici Mattei. In quest’ultimo il Sismi fa degli accertamenti dopo via Fani identificando il direttore d’orchestra russo, naturalizzato italiano, Igor Markevitch e la moglie, Topazia Caetani. Markevitch venne poi indicato come possibile intermediario nella trattativa per liberare Moro e, da alcuni, addirittura come colui che condusse gli interrogatori sul politico.

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