“Gli anni che cantano” stasera al cinema Medica di Bologna per il Biografilm

Al Biografilm Festival 2020, nella sezione Art&Music, in concorso per il premio del pubblico, partecipa anche “Gli anni che cantano”, un film del regista  Filippo Vendemmiati (nella foto in basso, giornalista Rai, già vincitore di un David di Donatello) che ripercorre la storia del gruppo bolognese di musica politica e sociale “Canzoniere delle Lame”, attivo negli anni che vanno dal 1967 al 1980.     

 

Vendemmiati, com’è iniziata l’avventura del film? 

Io conoscevo da lontano le musiche del Canzoniere, perché da giovane le avevo sentite. Ma non sapevo altro. Così quando i produttori (Opengroup e Filandolarete) mi hanno proposto di fare la regia del film, prima di dire di sì, mi sono documentato. Ho letto il libro “Gli anni che cantano” scritto da Janna Carioli.  L’ho letto come se si trattasse di una partitura musicale, ascoltando sia le canzoni del gruppo, che tutta l’altra musica in voga in quegli anni e questo mi ha permesso di ricucire la memoria di atmosfere e avvenimenti che anch’io avevo in parte attraversato.  Ho capito che si creava una empatia ed è quella che mi ha spinto ad accettare questa sfida. 

Ha utilizzato materiale d’archivio?

Presso la Biblioteca “Cesare Malservisi” c’è l’archivio che il Canzoniere ha regalato: dischi, libri, foto, manifesti, super-otto… che ho guardato, sfogliato, ascoltato. Questo mi è servito per trovare la cifra del racconto che volevo fare.

Quando si affronta un film che ha un background legato a un’epoca, anche se non si utilizzano esplicitamente le documentazioni trovate, te le porti dentro nella scrittura e vanno a far parte del clima. Si crea un rapporto fra quello che leggi e quello che ci metti di tuo. Nel mio caso, non è mai un racconto freddo, oggettivo, dentro c’è una parte di me. Io ho scelto di non girare un documentario classico, ma di realizzare un film (o docu-film, come si usa chiamare il genere).  Non è stato sempre semplice. A volte anche azzardato, come ricostruire a San Giovanni in Persiceto un concerto a piazza vuota che avvenne in un paese della Calabria in cui la ‘ndrangheta dominava, o tornare al Cantagallo per ripercorrere una clamorosa vicenda di sciopero dei lavoratori di quell’Autogrill che, all’epoca, rifiutarono di servire Almirante, l’allora segretario dell’Msi.

Questa operazione poteva avere un alto tasso di retorica e diventare una operazione nostalgia. Come ha superato l’ostacolo?

Era importante dialogare con i protagonisti ed essere sicuri che si andava nella stessa direzione. Questo è stato possibile, perché le persone che ho conosciuto non avevano nulla di auto-celebrativo.  Dopo di che si trattava di tradurre in immagini questo percorso.  Sono contento di non aver fatto un film nostalgico.

È una sfida che ho vinto con me stesso.

Ha funzionato il mix fra i due gruppi di ragazzi che fanno musica d’impegno oggi e il Canzoniere?

Assolutamente sì.  Le band coinvolte sono state “Le altre di B e “Lo Stato Sociale”.  Al di là dei contesti, diversi come epoca, la sorpresa è stata constatare quanto fosse simile il modo di vivere la musica: concerti, prove, lunghi viaggi, amori, famiglia… Il confronto è stato divertente e spontaneo. Niente di forzato.

Scoperte durante le riprese?

Una cosa che mi ha sorpreso positivamente sono le musiche. Il Canzoniere era nato proponendo un repertorio popolare, poi, nel tempo, c’è stata una interessante evoluzione.  Ci sono canzoni che mi sono piaciute molto e che sono diventate anche mio patrimonio.  

Perché la scelta di girare dentro un pullmino rosso?

Rappresenta il viaggio. È il simbolo, la casa, la musica, il luogo in cui si sviluppano i rapporti interpersonali.  Mentre quel pullmino girava negli anni in lungo e in largo per l’Italia e l’Europa, il mondo cambiava in modo profondo attorno ai protagonisti, anche a loro insaputa. Essersene accorti e aver deciso di chiudere in quel momento una esperienza musicale che era strettamente legata a un certo modo di fare politica, li ha salvati dalla retorica. Spero che il film trasmetta questo: il pulmino può essere rosso, azzurro , giallo e muliticolore, l’importante è che si muova, magari facendo ogni tanto qualche sosta, ma poi riprenda il suo cammino.

Ogni avventura serve a qualcosa lei cosa porta a casa?

Sul polpaccio  destro ho il tatuaggio della mia squadra del cuore (la Spal, ndr). Diciamo che ogni film rappresenta un piccolo tatuaggio ideale. In questo caso, una sana invidia positiva per non aver potuto condividere di persona la vita di un gruppo di giovani di vent’anni che hanno vissuto un’avventura che li ha resi felici e li ha mantenuti amici nel tempo. Forse per questo ho provato ad unirmi al gruppo salendo a bordo con loro qualche decennio dopo. Il polpaccio sinistro è libero per un nuovo piccolo tatuaggio.

Che genere di spettatori si aspetta?

Quando un film è finito non ti appartiene più. Questo è un film trasversale. Può interessare chi ha vissuto quell’epoca, ma anche ragazzi che, attraverso il tramite della musica, possono conoscere e capire un periodo di cui non sanno assolutamente nulla.  Sono molto curioso.

Vederlo sarà semplice…

Basta iscriversi alla piattaforma del Biografilm Festival e sarà possibile vederlo gratuitamente in streaming – a partire dalle ore 14 del 14 giugno per una giornata fino al 15 e, se vi è piaciuto, votarlo. Il film sarà poi nei cinema, speriamo già nelle arene all’aperto questa estate e poi in autunno nelle sale. Sarà distribuito dalla Genoma Films di Paolo Rossi Pisu.

 

Stasera la proiezione a Bologna

Stasera la proiezione al cinema Medica di Bologa, con posti ridotti per il lockdown, dopo la premiazioen del Biografilm Festival.

 

E questo è il trailer ufficiale del film

 

https://www.mymovies.it/film/2020/gli-anni-che-cantano/trailer/

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