Taxi di Panahi vince la Berlinale

La Berlinale conferma la sua fama di festival politico e assegna l’Orso d’oro a Taxi, il film del dissidente iraniano, Jafar Panahi, cui il regime ha vietato di lavorare, costringendolo agli arresti domiciliari. Il premio è stato consegnato alla famiglia del regista.

Nella foto grande la nipotina di Panahi che riceve, in lacrime, l’Orso d’oro al posto del regista agli arresti in Iran.

L’Orso d’argento Grande Premio della Giuria è andato al film cileno sugli abusi sessuali dentro la Chiesa, El Club, di Pablo Larrain. Gli Orsi d’argento per migliore attore e attrice sono andati a Tom Courtenay e Charlotte Rampling coprotagonisti del film “45 anni” dell’inglese Andrew Haigh.

 

La Vergine italiana a mani vuote

Esce a mani vuote il film debutto della regista italiana Laura Bispuri, ‘Vergine giurata’, con Alba Rohrwacher, che invece aveva avuto un’ottima accoglienza alla proiezione.

 

La recensione del film vincitore a Berlino

 

“Cosa significa che non bisogna mostrare un sordido realismo?”, chiede al regista Jafar Panahi la sua nipotina. “Ce l’hanno detto a scuola, prima di assegnarci il compito di girare un piccolo video”.

E lui: “Ci sono realtà che le nostre autorità non vogliono che vangano raccontate. Non puoi mostrare tutto, insomma”.

 

Un film dal budget limitato

Si potrebbe riassumere in questa frase l’ultimo film del regista iraniano Jafar Panahi, “Taxi”, presentato stamattina alla Berlinale. Un film dal budget modesto e girato quasi interamente in auto, dove Panahi, tassista improvvisato, discute di quasi tutto e quasi niente con i passeggeri che salgono a bordo.

 

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Un’opera “senza permesso”

Come già accaduto per gli ultimi tre film, Panahi ha inviato la sua opera ad un festival internazionale – in questo caso a Berlino – senza il permesso delle autorità iraniane. Il regista è stato infatti condannato a non poter lasciare il suo paese, concedere interviste e tanto meno girare film per i prossimi venti anni. Ma ogni volta, in qualche modo, riesce ad eludere la sorveglianza e aggirare il divieto.

 

Un cinema di denuncia

Certo i mezzi sono scarni, gli attori per lo più amici che lo conoscono da tempo oppure gente presa dalla strada. Ma i temi non cambiano: quello di Panahi è un cinema dalla forte connotazione sociale, di denuncia, che racconta la realtà attraverso la metafora e l’allusione. In “Taxi” è il tono quasi rilassato con cui si affrontano argomenti seri a creare la tensione. Come se Panahi lanciasse le sue frecce velenose senza nemmeno avvalersi di un arco.

 

È un gioco che conosce bene. Nel suo primo film “Il palloncino bianco”, una bambina riceveva una banconota dalla madre per festeggiare il 21 marzo – primo giorno di primavera coincidente in Iran con l’arrivo dell’anno nuovo – ma accidentalmente la faceva cadere in un tombino.

In tutti gli sforzi impiegati dai protagonisti del film per recuperarla, Panahi ci mostrava quanto fosse difficile nell’Iran moderno arginare i pregiudizi, schivare l’imposizione, vivere una vita che viene permeata in ogni momento dalla religione.

 

Le prime censure con Il palloncino bianco

Il film valse al regista la Camera d’Or a Cannes nel 1995, ma anche le prime forme di censura nel suo paese. Con i successivi lo “Lo specchio” (1997), Pardo d’Oro a Locarno, e “Il cerchio” (2000), Leone d’Oro a Venezia, Panahi poneva il suo sguardo sulla difficile condizione femminile in Iran. Poi l’arresto, i divieti di girare.

Oggi il suo cinema è diventato clandestino, ma anche con pochi mezzi Panahi sa fare sentire la sua voce. La sua e di tutti quelli che vogliono – e sognano – un Iran diverso.

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