Trapianti da vivente: un chirurgo italiano crea un team in Georgia

Alfonso Recordare è uno dei pochi chirurghi italiani che ha eseguito dei trapianti di fegato da donatore vivente, cioè prelevando una parte del fegato di un individuo sano per trapiantarlo ad un malato.

È appena tornato da Batumi, in Georgia, dove è rimasto un anno e ha ripreso servizio presso l’Ospedale Cà Foncello di Treviso nel reparto di chirurgia generale diretto dal professor Nicolò Bassi.

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Perché un medico italiano decide di andare all’estero?
Le motivazione più comune credo che sia la ricerca di una soddisfazione professionale: vedere nascere una tua creatura, creare un team che, come un’orchestra, sia capace di interpretare una complessa sinfonia.

Ho conosciuto il gruppo di chirurghi di Batumi per alcune vicende personali.

Kakha aveva il sogno di creare in Georgia (che è un paese con una altissima incidenza di patologie epatiche) una unità medica in grado di affrontare operazioni complesse come quelle del trapianto di fegato. In Georgia non esiste ancora una regolamentazione sulla morte cerebrale e quindi sulla donazione da cadavere.

L’unica possibilità è il trapianto da vivente.

Non si è trattato di un processo semplice, perché a fianco del chirurgo servono specialità di altissima competenza: epatologi, radiologi, infettivologi… e in questo campo servono veramente i migliori, perché il livello di rischio per il donatore è alto.

Io avevo il supporto di tanti colleghi in Georgia ma anche del mio ospedale e di altri colleghi in Italia ed all’estero ai quali, attraverso Internet, potevo rivolgermi per sentirmi supportato nel prendere decisioni complesse.

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Chi sono stati i primi chirurghi al mondo a sperimentare la tecnica di trapianto di fegato da donatore vivente?

Questa pratica deriva da tecniche sviluppate prima nel donatore cadavere per avere la disponibilità di parti di fegato da trapiantare su pazienti pediatrici, in cui l’intero organo sarebbe troppo voluminoso da impiantare. Queste procedure sono praticate oggi da tutti i maggiori centri trapianto in Italia.

Ma il prelievo da vivente ha avuto grande sviluppo in Giappone e in altri paesi orientali dove, per motivi religiosi, fino a poco tempo fa, non era accettata la morte cerebrale. È stato un chirurgo giapponese, il professor Koichi Tanaka ad esportare questa tecnica in diversi paesi e a guidare la prima èquipe italiana che nel 1997 a Padova usò questa procedura.

Nel 2002, grazie ad una amicizia personale che legava il professor Bassi a Tanaka, fui inviato a Kyoto per fare tesoro di quella esperienza. Più recentemente, per mettere a punto le tecniche più avanzate, sono stato in Turchia, che è il paese che ha la maggiore esperienza in Europa, e risultati davvero ragguardevoli.

Da quel primo trapianto in Italia sono passati 17 anni. Ma non sono molti i centri ospedalieri che lo fanno, vero?
Infatti. La nostra legislazione restringe questa scelta soprattutto per garantire il donatore. In Italia possono compiere questa pratica solo i centri che eseguono almeno 25 trapianti di fegato da cadavere all’anno e che hanno una esperienza di chirurgia epatica tale da poter affrontare questo tipo di intervento.

Attualmente si fa in centri come Milano, Torino, Padova, Palermo. Questo tipo di trapianto è l’applicazione di una tecnica ormai riconosciuta e collaudata, comunque c’è sempre un margine di rischio per il donatore. Bisogna tenere conto che se il ricevente è un adulto, il donatore “cede” almeno il 60% del proprio fegato.

È vero che tratta di un organo che si riforma in fretta, ma è un grosso impegno fisico. È minore quando si tratta di bambini o di neonati, perché la porzione di fegato espiantata è molto più piccola.

In Giappone il tasso di mortalità di chi dona il fegato è del 2×1000, mentre nei paesi occidentali è 1×200.
La problematica della donazione da vivente ha notevoli risvolti non solo tecnici, ma anche psicologici. Per il chirurgo, che ha la responsabilità della sicurezza dell’intervento, e per il donatore, che subisce le pressioni della famiglia e deve subire un intervento da “sano”. Il medico deve essere sicuro che la donazione sia un gesto volontario e consapevole. Personalmente ho scartato alcuni casi per questi motivi psicologici e non anatomici.

Quali sono i vantaggi del trapianto da vivente?
La donazione da vivente permette di espandere quello che tecnicamente si chiama pool dei donatori, e quindi teoricamente diminuisce il numero dei morti in attesa del trapianto e il tempo medio in lista d’attesa.

Permette un migliore timing dell’intervento, che è perfettamente programmabile. La maggiore compatibilità tra consanguinei diminuisce la probabilità del rigetto. Con l’evoluzione tecnica, inevitabilmente il numero di questi trapianti aumenterà anche in Italia. Si aprono però delle altre problematiche, per esempio nel caso del possibile ritrapianto. Anche in questo caso vi è una sorta di ingiustizia, poiché il paziente che necessita un ritrapianto urgente (per il fallimento del primo trapianto) salta la lista d’attesa e quindi sottrae un organo ai pazienti in lista ordinaria. Vi è poi il problema del mercato degli organi. In Italia con la legislazione vigente il problema praticamente non esiste, ma in altri paesi, con leggi meno attente, il problema è concreto, e va contrastato sia con leggi più severe ma anche con grande impegno da parte degli stessi medici e delle società scientifiche.

Tornando alla Georgia, ce l’ha fatta a organizzare la struttura prevista?
Sì e lo dico con orgoglio. Nelle operazioni che abbiamo effettuato non c’è stata alcuna complicazione nei donatori e nessuna mortalità nei riceventi. E con mia grande soddisfazione alcuni giorni fa i miei colleghi hanno fatto la prima resezione epatica per tumore senza di me ed è andata bene.

Significa che l’unità che ho costruito funziona. Un’altra soddisfazione è stata che il professor Gia Tomadze, presidente della società georgiana trapianti di cui faccio ovviamente parte, e il rettore dell’università statale di Tblisi mi hanno dato l’incarico di professore di chirurgia alla facoltà per stranieri, che ha circa 6.000 studenti.

C’è una esperienza in particolare che le è rimasta impressa?
Sì. Mi è capitata una situazione molto particolare. Attualmente sono tanti i ragazzini che vanno in discoteca e capita spesso che assumano sostanze che possono addirittura provocare delle insufficienze epatiche acute, che sono risolvibili solo con il trapianto, pena il coma e la morte in poche ore. In Italia queste emergenze fanno sì che vengano saltate le normali liste di attesa, con ovvie ripercussioni per chi aspetta un donatore in lista ordinaria. Trovandomi in una situazione del genere, con un giovane paziente ormai in coma profondo, non avendo un fegato da trapiantare, ho eseguito una “arterializzazione della vena porta” (scusate il termine tecnico, ma non saprei come esprimerlo in altro modo), una tecnica che spinge la rigenerazione del fegato, che riprende a funzionare senza bisogno del trapianto. Purtroppo non c’è stato un esito finale positivo, ma per motivi che prescindevano dai problemi epatici. Questa tecnica, che ha il made in Italy essendo stata praticata in 2 casi simili ma meno gravi dal Prof. Nardo a Bologna, attendeva questa convincente dimostrazione, e dovrebbe quindi essere la via da percorrere per poter salvare queste vite, specialmente dove il trapianto non è prontamente disponibile.

Come sono considerati i medici italiani all’estero?
L’Italia all’estero, nei paesi in via di sviluppo, ha una fortissima immagine positiva in campo sanitario. Molti medici italiani sono impegnati in missioni umanitarie. Tantissimi esperti. Quello che ci avvantaggia, se si parla di immagine, è il nostro modello culturale.

Checché se ne pensi, la stragrande maggioranza dei medici crede ad una professione che richiede dedizione e sacrificio. All’estero più facilmente questo sacrifici si traducono in risultati senza sentirsi soffocati dalla burocrazia. Non c’è necessità di esercitare quella che da noi si chiama la medicina difensiva. E l’esperienza umana ti ripaga ampiamente.

E ora che farà? Resterà in Italia o tornerà in Georgia?
Come faccio da anni con i miei colleghi in Kosovo seguirò e cercherò di consigliare i miei colleghi georgiani sulle decisioni da prendere nei singoli pazienti. Internet ha cambiato il mondo, soprattutto nel bene.

Qui a Treviso nel mio Reparto non si fanno i trapianti, ma è comunque un centro di riferimento per patologie epato biliari e pancreatiche. Io ho ripreso il mio posto in chirurgia generale e spero di poter essere utile, mettendo a frutto anche le esperienze acquisite. Il futuro lo deciderà il mio ospedale.

Nelle foto: il nostro intervistato, Alfonso Recordare, e un giornale della Georgia che parla del chirurgo italiano e della sua équipe.

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