Piogge e disastri, parla un sindaco: “7 miliardi, ma la burocrazia ci strozza”

Maltempo, disastro (più o meno annunciato), polemica politica. È questa ormai la sequenza  che accompagna la cronaca di alluvioni, incendi e altri disastri.

L’ultima polemica in ordine di tempo è scoppiata all’indomani dell’alluvione che ha colpito Livorno la scorsa domenica. Ancora una volta si è tornato a parlare delle mancate risorse da parte dei Comuni per la manutenzione, ovvero i soldi destinati a ripulire i tombini, eliminare le foglie ed evitare gli intasamenti. Ad essere chiamati in causa sono i bilanci dei comuni costretti sempre più a fare i conti con i tagli imposti dal Governo. “L’unica cosa da fare è non lasciare i sindaci e i cittadini soli”, è stato l’appello di Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente Anci.

“Siamo i primi a dover dare risposte alle nostre comunità e a gestire situazioni di emergenza, spesso senza avere strumenti né informazioni – continua Decaro -. Bisogna fare chiarezza, sono necessarie certezze su compiti, risorse e responsabilità all’interno di una filiera istituzionale che deve essere chiara e definita per tutti. Parliamo della sicurezza e dell’incolumità delle persone e della loro vita. Questa è la protezione civile di un Paese che deve bandire dal proprio vocabolario la parola emergenza”.

In questa girandola di accuse e dichiarazioni abbiamo provato a fare chiarezza chiedendo a Stefano Mazzetti (nella foto qui sopra), sindaco di Sasso Marconi, un comune di 15.000 abitanti in provincia di Bologna, e responsabile del dipartimento ambiente del Partito Democratico, come stanno le cose.

 

Emergenze continue, con tempi diversi

“La situazione può essere sintetizzata così: le risorse economiche per intervenire nella  manutenzione ordinaria ci sono, ma la vera difficoltà sta nel continuo susseguirsi di emergenze che hanno bisogno di procedure e tempi di intervento completamente diversi.

“Facciamo un esempio: per un progetto di regimentazione delle acque, quando un sindaco (e siamo 8.000) è riuscito a mettere insieme le competenze tecniche necessarie (ostacolo non banale soprattutto per i piccoli Comuni), si pone il problema delle firme e delle autorizzazioni previste dalla normativa.

Troppi gli enti da mettere d’accordo

In questo caso sono troppi gli enti da mettere d’accordo, con tempi dilatati e incompatibili invece con la necessità di interventi tempestivi. Ritengo che per queste problematiche avere demandato e frazionato a livello locale le diverse competenze non abbia portato a semplificare le cose.

Credo che in questo senso non si debbano lasciare soli i sindaci, agevolando la collaborazione tra enti quando viene richiesta e aiutando a programmare interventi coerenti con le necessità del territorio italiano ed in questo senso vedo positivamente il decreto che nomina i Presidenti delle Regioni Commissari per il dissesto”.

Con i 7,7 miliardi di Italia Sicura a che punto siamo?

Dopo l’alluvione di Livorno si è tornato a parlare di Italia Sicura, il piano lanciato dal governo Renzi contro il dissesto idrogeologico che ha stanziato 7,7 miliardi di euro da spendere entro il 2023. A che punto è il piano? I comuni hanno ricevuto i soldi, li stanno usando?

“Torniamo all’esempio dei dissesti idrogeologici, problema che diventa d’attualità solo in caso di tragedia, anche se purtroppo si tratta quasi sempre di ‘tragedie annunciate’ dovute a questioni ataviche di mala gestione del territorio.

Mai come in questi anni è stata messa in campo un’attività così intensa e orientata più alla programmazione che non all’erogazione di fondi a pioggia. Il motivo risiede nel fatto che il finanziamento estemporaneo difficilmente si trasforma in opera utile e tende a disperdersi nelle pieghe della burocrazia. La pianificazione invece prevede obiettivi certi e risorse quantificate, a fronte di tempi e responsabilità definite.

Il Piano Italia sicura, dunque, prevede uno stanziamento di 7 miliardi di euro da spalmare per fasi in 7 anni: i primi 650 milioni sono già stanziati per risolvere le criticità di zone popolose  particolarmente esposte ai rischi come le Città Metropolitane di Genova, Firenze, Milano”.

“La cosa importante di questo piano è il fitto lavoro di concertazione con le Regioni e gli Enti Locali, e di affinamento degli strumenti che possano evitare ritardi come la nomina per decreto dei Presidenti di Regione come commissari al dissesto a cui facevo riferimento prima: un loro atto può sostituire tutte le carte e le autorizzazioni che erano prima necessarie per far partire i cantieri. Mi risulta anche che vi sia un fondo per la progettazione da 100 milioni di euro ed è stato calcolato che per ogni euro speso in progettazione c’è la possibilità di attivarne venti nei cantieri. In questo modo possiamo cominciare a mettere le basi per un Paese più sicuro”.

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