Morire d’aborto: quando non c’era una legge e bisognava metterlo in conto

Una ragazza muore d’aborto nel 2016: si stanno cercando cause e responsabilità. Era una ragazza sana e c’è una legge che avrebbe dovuto creare le condizioni ottimali perché la tragedia non accadesse. Prima del 1978 questa legge, la 194, non c’era. L’aborto si praticava clandestinamente e quello che adesso è un caso che fa giustamente indignare, ai tempi era qualcosa da mettere in conto. Ecco il racconto di un ordinario aborto di allora: la storia di una ragazza che era ragazza prima di quella legge.

La radio fu la cosa che mi colpì di più.
Cristina, detta Cris, non era proprio una mia amica, ma ci vedevamo tutti i giorni a scuola. Quando rimase incinta facemmo una colletta tra compagni, maschi e femmine solidali, sottraendo una quota a quella che non si chiamava ancora la “paghetta”. Ma erano soldi, come adesso.
E per abortire, ne servivano tanti.
Qualcuno trovò l’indirizzo di una donna affidabile. C’erano due modi: con e senza.
Con l’anestesia costava di più e non si poteva andare a casa subito, ma si doveva stare lì una notte: impossibile. Che cosa avrebbe raccontato ai genitori?
Quindi si doveva fare senza.
Non l’accompagnai io, ma mi raccontarono.

Per coprire le grida, l’ostetrica accese la radio. A volume alto. Altissimo. Urlato.
Abortire, mentre una Donna Felicità si lagna perché non ha l’amore e, in Piazza Grande, c’è chi lo cerca. C’è anche chi l’ha trovato, “Un piccolo, grande amore”.
Amore, sempre amore. Quello di lei si era dileguato dicendo che non poteva avere la certezza che il figlio fosse suo. Scusa in voga, a quei tempi.

È stato l’amore la causa? Quell’amore fatto senza precauzioni, senza informazioni, perché erano vietate anche quelle?
Era stato l’amore a portarla in quello studio medico abusivo, in un pomeriggio che la radio definì in canzonetta “Troppo azzurro”, e invece era nero come la paura, il dolore, la solitudine, la colpa.
Cris non aveva messo in conto di poter morire. Sapeva che a qualcuna era successo, ma a quell’età eravamo ancora immortali.

Andò tutto bene. Modo ridicolo per definire il peggior pomeriggio della sua vita.
Al bambino che c’era stato per poco, ci pensò dopo.
Prima veniva l’urgenza di poter dire il “tutto bene” che pronunciò debolmente, quando tornò a scuola, ringraziando noi compagni per la partecipazione.
Prima che al bambino bisognava pensare ai genitori, alla società, ai giudici. Non avrebbero mosso un dito per aiutarla, ma avrebbero alzato l’indice per accusarla: l’aborto era ancora perseguibile penalmente, si poteva anche finire in galera. La prima cosa a cui pensare era far sì che quel dito giudicante rimanesse ignaro, come se non fosse successo nulla. E andò così. Tutto bene, come se nulla fosse successo.

Il segno, rimase solo dentro di lei.
Quando pensò al bambino, disse semplicemente che non avrebbe avuto figli. Le dissi: “Ma no. Quando sarai grande e in grado di provvedere a loro, avrai altri bambini, quanti ne vorrai”.
“Mai”, mi disse. “Questo non l’ho voluto. E la sola cosa che posso fare per lui è non volerne un altro al posto suo”.
Dalla fine della scuola non l’ho più vista. So però che di figli non ne ha mai avuti.

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto