“Dopo”: Licia Pinelli racconta un amore senza cedimenti

L’immagine più bella è quella del coro in cui Licia Pinelli – invitata il 12 dicembre 2015 dal nuovo prefetto di Milano per un incontro storico – cantava. Civica scuola di musica, a due passi da Porta Romana, nel cuore dell’ex capitale morale. Lì non c’era solo passione per la musica, c’erano “medici e impiegati, avvocati e operai”, il ritratto di una società civile coesa, nonostante la pioggia di violenza e corruzione che avrebbe, tra le altre cose, trasformato il volto di Milano.

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I ricordi in un ebook pubblicato da Enciclopedia delle donne

Per chi ha conosciuto quella città, i ricordi della moglie di Giuseppe Pinelli (nella foto sopra), il ferroviere anarchico caduto da una finestra della Questura di Milano pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana, valgono più di un trattato di sociologia: sono lucidi e profondi pur nascendo dal prolungato confronto col dolore e la rabbia. “Dopo”, il libro di memorie pubblicato da Enciclopedia delle donne (disponibile in formato e-book con la postfazione di Marino Livolsi) li cataloga con cura, sottoponendoli con semplicità all’attenzione del lettore.

Tante definizioni per un volo da una finestra

Quella morte fu definita un suicidio, poi un incidente, infine, con complicato tecnicismo, l’esito fatale di un “malore attivo”. La realtà è che Pinelli morì da innocente, mentre si cercava di indicare al mondo gli anarchici come responsabili della cosiddetta “madre di tutte le stragi”, di quei sedici morti alla Banca dell’Agricoltura (sotto un’immagine dopo l’esplosione). Di Pino Pinelli, il questore Guida, ex repubblichino successivamente promosso ad alti incarichi ministeriali, disse in quei giorni che era “gravemente indiziato”.

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Piazza Fontana tra verità e non punibilità

Una bugia, la prima di una cascata di falsi confezionata per condizionare giudici e opinione pubblica. Oggi della strage si sa tutto, anche se in galera nessuno sta scontando l’ergastolo. Le prove definitive della responsabilità dei neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura (deceduto in Argentina nel 2010) sono emerse quando la loro assoluzione era già definitiva e non è stato possibile processarli nuovamente. La verità cominciò a venir fuori proprio con la morte di Pinelli, uomo così pacifico da recarsi in motorino in questura, dove era stato convocato per accertamenti e da dove non sarebbe uscito vivo. Come scrisse Camilla Cederna, fu la prima finestra aperta sulla strage.

“Giustizia è che tutti sappiano la verità”

Licia l’aveva conosciuto a un corso d’esperanto, la lingua universale immaginata come premessa di un modo senza guerre. Poi erano arrivati il matrimonio, le figlie Silvia e Claudia. Un sogno spezzato dalle bombe. “Giustizia è che tutti sappiano la verità”, aveva già detto Licia Pinelli in un bel libro-intervista curato da Piero Scaramucci (“Una storia quasi soltanto mia”, Feltrinelli, Universale economica 2009). Una scelta rigorosa, dalla parte dello stato di diritto nonostante i diritti negati dallo Stato.

Reagire non solo per amore

“Sai, non è che tu ti rivolti solo per amore. Se ami molto, se è solo amore, rimani schiacciata dal dolore. Reagisci se cercano di calpestarti, umiliarti, renderti zero, reagisci per una questione di giustizia, non reagisci solo per amore”. Una vita blindata dalla razionalità, dal senso di responsabilità verso sé stessa, le figlie, il marito che non c’è più. Una vita in prima linea, da personaggio pubblico: “È diventato tutto razionale, molto razionale, devi comportarti in un determinato modo o perlomeno credi di doverti comportare in un determinato modo, non devi avere il minimo cedimento perché non riusciresti più a fare…”

La Milano democratica che fu a fianco di Licia

Una vita che si srotola nella città simbolicamente rappresentata da un coro. La Milano di Giulio Macaccaro, scienziato e fondatore di Medicina democratica, che offre a Licia un lavoro all’istituto di Biometria; di Franca Rame e Dario Fo, che mettono in scena “Morte accidentale di un anarchico”; di Enrico Baj, che lo trasforma in una sorta di quadro-murales. Licia trova un nuovo lavoro all’Istituto di psicologia, sotto la guida di Marcello Cesa Bianchi: “Parlare con ragazzi contenti di studiare e poterli aiutare a risolvere le loro piccole difficoltà era qualcosa che mi faceva sentire bene”.

Alla ricerca di una normalità perduta

La normalità, dopo le luci di una ribalta tragica e mai cercata, attutisce l’eco dei ricordi e di quello che accade all’esterno. Fuori c’è sempre Milano, con la lapide voluta da Carlo Tognoli, sindaco socialista, per ricordare, proprio in piazza Fontana, “Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico morto tragicamente in piazza Fontana”. E quel coro, diretto dal maestro Mino Bordignon, che la musica aveva aiutato a scampare al lager nazista.

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La verità appena intravista e poi il delitto Calabresi

Cantare, studiare, lavorare, senza mai smettere di cercare la verità, quella apparsa per un istante durante il processo per diffamazione promosso dal commissario Luigi Calabresi (nello scatto sopra) contro il giornale Lotta continua: “Vi fu un momento in cui intravvidi la verità, ma il commissario Calabresi venne assassinato a Milano”.

Un’altra ferita da curare, come Licia Pinelli aveva già spiegato in un altro libro: “Io mi sono sentita defraudata, io non volevo che morisse, volevo che nel processo continuasse a venire a galla la verità, invece con quella morte il processo è finito…”.

 

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L’incontro con la vedova Calabresi

Molti anni dopo, al Quirinale, l’incontro con la vedova Calabresi, fortemente voluto dal presidente Giorgio Napolitano (nella foto qui sopra). “Mi sono sentita nel mio Paese, non era sempre stato così… un’esperienza simbolicamente importante, che mi è servita per superare il ricordo angoscioso delle molte volte in cui vi è stato il tentativo, per fortuna non del tutto riuscito, di mistificare i fatti, di coprirli o travisarli”.

 

Questo articolo è apparso per la prima volta su Consumatrici.it il 20 giugno del 2015.

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