Cannes/Delude Money Monster di Jodie Foster, bello l’ultimo gioiello di Ken Loach

L’arrivo dei divi di Hollywood basta ad infiammare la Croisette, ma non ad assicurare la buona riuscita di un film. Ed infatti di “Money Monster – L’altra faccia del danaro”, diretto da Jodie Foster, con George Clooney e Julia Roberts, si ricorderanno più i flash scattati dai fotografi che non la storia (vedi foto qui sotto).

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Una storia peraltro che è un classico del cinema: un uomo qualunque, disperato, che prende in ostaggio qualcuno.

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Un presentatore con il giubbotto esplosivo

È il caso di Kyle (Jack O’Connel), che s’introduce in uno studio televisivo durante la diretta di un programma di consigli finanziari e minaccia con tanto di pistola il presentatore, Lee Gates (Clooney), costringendolo ad indossare un giubbotto esplosivo. A rimanere con Lee, la regista del programma, Patty Fenn (Roberts), che riesce a comunicare con lui grazie al microfono di regia e pochi membri della troupe. Fuori, il mondo assiste in diretta al delirio di Kyle, che ha perso i suoi risparmi seguendo i consigli dell’accattivante presentatore.

 

Ma la regista non tiene alta la tensione

Il problema principale del film della Foster è quello di non riuscire mai a tenere alta la tensione, pur sforzandosi in ogni modo di raggiungere tale obiettivo. Accade insomma quello ti aspetti, che alla fine tra poliziotti interventisti e quelli che invece vorrebbero negoziare c’è chi ha già deciso la fine del povero sequestratore. Ma quanti film abbiamo già visto che sottolineano i messaggi effimeri della tv e la precarietà morale di Wall Street? Era veramente necessario farne un altro senza aggiungere niente di nuovo?

 

Rester verticale e il desiderio di sesso

Sicuramente più originale, ma forse faremmo meglio a dire radicale, il primo film francese in concorso di questa sessantanovesima edizione del Festival. Lo porta Alan Guiraudie, che qualche anno fa si era messo in luce proprio qui a Cannes con “Lo sconosciuto del lago”, ambientato nel mondo del cruising omosessuale prima dell’avvento delle chat e di Grindr. Il nuovo film, “Rester verticale”, almeno all’inizio sembra abbandonare quel desiderio spasmodico di sesso che caratterizzava “Lo sconosciuto del lago”.

Léo (Damien Bonnard) sta effettuando dei sopralluoghi in una zona montuosa della Francia, necessari per la stesura della sceneggiatura del suo prossimo film. S’imbatte in Marie (India Hair), che protegge il gregge della fattoria del padre armata di fucile.

Nella zona infatti ci sono diversi branchi di lupi. Scoppia l’attrazione fisica e qualche mese dopo i due hanno un bambino. Ma Marie non se ne vuole occupare – ha già due figli ed è vittima di una depressione post partum – lasciando Léo da solo alle prese con il neonato.

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Gli istinti erotici di Léo

Ed è qui che la storia prende tutta un’altra piega. Invece di concentrarsi sulla sceneggiatura da scrivere e sul bambino, Léo cade in balia dei suoi più reconditi istinti erotici. Prima cerca invano di sedurre il giovane Yoan (Basile Meilleurat), che fa da badante ad un anziano e malato signore, Marcel (Christian Bouillette). Poi, dopo aver lui respinto le avances del papà di Marie, Jean-Louis (Raphael Thiéry), finisce col sodomizzare il morente Marcel.

 

Attoniti per gli impulsi sessuali estremi

Guiradie più che alla storia sembra interessato a mostrare le pulsioni erotiche dei protagonisti, in un modo che non è né banale né particolarmente accattivante. Non c’è del gratuito in quello che vediamo, ma si resta abbastanza attoniti di fronte a una serie di impulsi sessuali che scoppiano senza preavviso. E che forse sono mostrati per ricordarci di quanto, insieme all’inconscio, condizionino la nostra vita più di quello che crediamo.

Non a caso il film si chiude con una scena abbastanza simbolica: un branco di lupi accerchia Léo e Jean-Louis. “Meglio restar fermi. Forse così non ci faranno del male”.

Film scandalo? Abbiamo visto di meglio e di peggio in questo senso, ma certo la scena in cui Marcel ingerisce qualcosa per morire senza dolore e si spegne mente Léo lo penetra, ha strappato diverse risate.

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“I, Daniel Blake”, il gioiellino di Loach

Ma il film che brilla di più quest’oggi a Cannes è sicuramente “I, Daniel Blake” di Ken Loach (nella foto qui sopra). Alle prese con uno dei temi che ha caratterizzato di più il suo cinema. Il proletariato, quello vero. Gente che non ha soldi per fare una regolare spesa al supermarket, che deve vendere i mobili di casa per sopravvivere e non ha certo un telefono con il touchscreen. Ma ha dignità vendere, almeno Daniel Blake (uno straordinario Dave Johns), che dopo un infarto è costretto a chiedere aiuto allo Stato per sopravvivere. Senza sapere quante trafile burocratiche ci vogliano per ottenere l’assegno di sostentamento e ignaro che il suo percorso incrocerà quello di Katie (Hayley Squires), due figli e una vita tutta da rifare.

 

Quando non basta aver lavorato una vita intera

Loach mostra con la giusta partecipazione le vicende di uomo rispettabile, a cui però non basta aver lavorato una vita intera come falegname per non passare nel tritacarne degli impiegati dell’ufficio di disoccupazione. E allora Blake non la prende bene, rivendica il suo stato di normale cittadino, si rifiuta di accettare tutte le formalità che lo porterebbero ad avere un regolare sussidio (neanche scontato, visto che gli assistenti del personal care fanno di tutto per dimostrare che non sia vittima di una malattia invalidante). Piuttosto, trova sollievo nel dare una mano a Katie e i suoi due bimbi.

Il regista è a fine carriera?
Il lento declino di quest’uomo di mezza età è raccontato sempre con misura, con la sensibilità di chi conosce molto bene il contesto che sta mostrando allo spettatore. Senza cadere nel patetismo e con una regia lineare e asciutta, tanto da far sembrare molti giovani autori presenti a Cannes degli autentici pivellini. Loach qualche anno fa era tornato sui suoi passi, dicendo che non si sarebbe ritirato, che aveva ancora una storia da raccontare. E se questa fosse l’ultima, allora avrebbe chiuso la sua carriera con un piccolo gioiello.

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