Berlinale: la drammatica storia di Chavela Vargas e del suo coraggio

“Non mi piace essere definita lesbica. Non sono solo questo. Canto per le donne: le madri, le figlie, le sorelle, le mogli. E ovviamente anche per tutte le donne che ho amato”. Odiava le etichette Chavela Vargas, mito della musica messicana. Incarnazione forse del Messico stesso, che niente può evocare meglio della musica ranchera – genere in cui la Vargas era esperta.

Tutta la forza antioconformista

Un intenso documentario che porta il suo nome come titolo, firmato da Catherine Gund e Daresha Kyi presentato nella sezione Panorama, ci restituisce la Vargas in tutta la sua forza anticonformista. Un’anima tanto fragile quanto forte, che ha vissuto la luce della gloria e il silenzio degli abissi. Ma sempre rimanendo fedele a se stessa.

“Bisogna dire sempre la verità, anche quando questa ti costa molto e ti porterà giù. Un giorno però la vita ti restituirà qualcosa indietro, ti sarà grata per non aver mentito”, dice in una delle tante interviste raccolte dalla Gund e della Kyi.

In giro con una chitarra e una pistola

Frammenti di una vita vissuta a volte a disagio nella sua stessa pelle. Come quando, ancora giovane si taglia i bei capelli neri e lunghi – “Perché sembravo un trans”, dichiara – e se ne va in giro con una chitarra e una pistola, indossando i pantaloni in un’epoca in cui nessuna donna lo faceva.

Diventò l’amante di Frida Khalo

E l’epoca è quella in cui diventa l’amante della pittrice Frida Kahlo – della quale in “Chavela” vediamo delle immagini inedite – dei successi, del poncho rosso dal quale non si separerà più.

Nei bar e nei fumosi cabaret messicani, dove si rifugia per dimenticare la vita troppo stretta vissuta nei primi anni in Costa Rica, Chavela incontra però anche quello che diventerà il suo flagello: l’alcool. Ne diventa dipendente e presto si chiuderà in una vita ritirata. Spenti i riflettori del successo, appoggerà la testa ferita sulla spalla del suo amore più duraturo, quello con l’avvocato Alicia Pérez, mamma di un bambino che Chavela adora.

Difficile vivere con un’alcolizzata

“Un giorno lo portò nei boschi a sparare agli uccelli, non voleva che diventasse una signorina”, dichiara la Pérez. Che però ci racconta anche di quanto fosse difficile stare insieme a una persona alcolizzata. Lo ammette anche la stessa Chavela: “L’alcolismo non è una dipendenza, è una malattia dell’anima”. Ed il problema era serio. Un’altra amante racconta: “Poteva bere una bottiglia di Tequila in meno di un’ora, se poggiavi la mano in corrispondenza del suo fegato sentivi la consistenza di una papaya”.

Ma poi, quando molti dei suoi connazionali la credono persino morta, il regista Werner Herzog, nel 1990 le offre una parte nel documentario “Grido di pietra”, e un altro regista, Pedro Almodóvar, comincia a utilizzare le sue canzoni nelle colonne sonore dei suoi film.

“Uno sciamano mi ha liberata dall’alcol”

Poi la svolta: “Uno sciamano mi ha liberato dall’alcool”, racconta Chavela.
E allora decide che è il momento di tornare sul palco, prima commuovendo il Messico e poi, a metà degli anni Novanta, oramai quasi ottantenne, la Spagna. Dove Almodóvar s’improvvisa impresario e le organizza un tour di successo, rischiando anche di farla esibire all’Opéra di Parigi, a costo di dover comprare tutti i biglietti.

Tutti la vogliono e a 80 anni lei ci prende gusto

Ma Chavela incanta: i capelli grigi, la voce ancora profonda e intensa, l’onnipresente poncho rosso. Tutti vogliono vederla e lei ci prende gusto. Continuando a cantare per più di un decennio, anche quando accetta malvolentieri di esibirsi sulla sedia a rotelle. Sono cambiati i tempi: in una conferenza stampa fa il suo coming out per aiutare le persone discriminate. E non smette di dare concerti.

“Ha fatto di tutto per morire sul palco”, dichiara un’amica. E ci era quasi riuscita. “Ma non era un cruccio il suo, più un vezzo. Era abituata alla fine, più volte era già morta come chi non muore mai.”.

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