Cannes/Sieranevada: il film di Cristi Puiu fa dormire o innamorare? La recensione

Una riunione di famiglia. Porte che sbattono, accuse e rimbrotti, piccoli e grandi segreti che riaffiorano talvolta con indifferenza e altre volte attraverso interminabili diverbi. E una macchina da presa frenetica: che segue e tampina, s’insinua nel privato dei personaggi fino a soffocarli.

C’è indubbiamente molta maestria nel modo in Cristi Puiu, uno dei registi che ha rilanciato il cinema rumeno a livello internazionale, ha girato il suo “Sieranevada” (scritto di proposito con una sola r, titolo che come ha spiegato il regista non ha nessuna attinenza col film, poiché cercava solo una parola che fosse facilmente riconoscibile in tutto il mondo).

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Un ex medico che piazza farmaci

A introdurci alla riunione di famiglia è Lary (Branescu Mimi), un ex medico che adesso però si occupa di piazzare farmaci sul mercato.

Insieme alla moglie si reca a casa della vecchia madre per la commemorazione del padre morto quaranta giorni prima. Ad attenderli tantissimi parenti che hanno preparato da mangiare e attendono che un prete ortodosso arrivi e celebri canti e preghiere in onore del defunto. Ma l’atmosfera che regna in casa è tutt’altro che dimessa e consolatoria. Abbondano i contrasti, le liti, prima ancora del cibo vengono serviti tradimenti e antichi dolori. Anche Lary, ad un certo punto, dovrà confessare qualcosa.

 

Un film che punta sulle ambiguità

Niente nel film viene spiegato con chiarezza, Puiu rifugge deliberatamente da ogni intento didascalico e questo rende veramente complicato il compito dello spettatore. Nelle quasi tre ore di film si fa fatica a capire chi siano i figli e chi i nipoti. O chi sia, per esempio, la ragazza ubriaca portata da una componente della famiglia e messa in una camera a smaltire la sbornia. C’è anche chi (una vicina forse) rimpiange i tempi della dittatura comunista e chi scoppia a piangere al solo tentativo di evocarne il ritorno.

 

La forza narrativa del regista

Ma in quello che può sembrare un film dove apparentemente non quadra niente, emerge la grande forza narrativa di Puiu. In grado di mescolare dramma e ironia, di inquadrare quella che sembra una scena centrale per poi indifferentemente spostarsi su un futile dettaglio. Un cinema-verità espresso in blocchi di piani sequenza affascinanti e respingenti, verboso fino allo sfinimento ma mai contaminato da inutili estetismi.

 

Dall’11 settembre a Charlie Hebdo

Sono passati quattro giorni dalle stragi di Charlie Hebdo. Gli uomini di casa si perdono in congetture e finiscono anche per guardare i video dell’undici settembre, sostenendo la tesi del complotto. Le donne cucinano, fumano, ricuciono un vecchio vestito del defunto che un parente troppo magro dovrà indossare per rendergli omaggio in quello che sarà l’ultimo commiato. Quasi nessuno si siede a tavola, alla fine. C’è altro da fare. Succede sempre qualcosa. La famiglia è la Romania stessa, imprigionata nei problemi economici, piegata da un passato troppo importante da non condizionarne il presente.

Se ne esce storditi

Se ne esce francamente storditi. Forse un po’ arrabbiati per quanta disponibilità venga richiesta a chi sta guardando. Ma sarebbe uno sbaglio negare il talento di Puiu. È il classico film dove è un sacrosanto diritto addormentarsi, ma anche quello dove ci si potrebbe innamorare del cinema.

In attesa del film di Cristian Mungiu, la Romania quest’anno sembra candidata ad agguantare un premio importante.

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