Al mare ho avvisato uno “uomazzo”, ragazzo non ancora uomo o viceversa

Perdonate l’assenza un tantino più prolungata del solito, ma è estate e senza scuola sono un po’ persa, spesso non so nemmeno che giorno della settimana sia e ho sempre mille cose da fare e altre mille che vorrei fare, peccato che il tempo a disposizione rimanga sempre quello, pff.

Detto questo, sono le 7 di mattina e non mi svegliavo così presto da un po’, ma sono in buona compagnia. Siamo diretti all’aeroporto di Bari (o a “Beiri” come dicono qui al sud) pronti per tornare a casa. Sono con cinque amici nonché compagni di classe. Abbiamo appena passato otto giorni in un paesino tra Taranto e Gallipoli. Otto giorni passati fin troppo veloci (come al solito) tra mare, spiaggia, sole, il mio continuo tentativo fallito di diventare nera, ancora mare, briscola, twister, tuffi, acquagym. Vorrei raccontare tante di quelle cose…

Partiamo dal gruppo: dopo qualche incomprensione riguardo le persone invitate a casa della ragazza che ci ha ospitato (purtroppo c’erano solo 5 posti e il nostro gruppo è formato da più di 5 persone), ci siamo trovati benissimo, come fossimo fratelli abituati a vivere insieme ventiquattro ore su ventiquattro per più di una settimana, abbiamo trovato i nostri equilibri e i nostri ritmi.

Il mare non era bello, di più, ma la cosa che ha reso il tutto speciale e diverso da ogni altra vacanza in una bella località di mare era il fatto di essere tutti insieme.

La mia voglia di giocare a carte è stata soddisfatta a pieno, i muscoli delle mie gambe pure. Ogni mattina, infatti, facevamo una lezione di acquagym in mare con il mitico CristianFitness. Un uomo-ragazzo (era in quella fase a metà tra l’essere chiamato uomo e l’essere chiamato ragazzo, diciamo un ragumo, no meglio uomazzo, no non lo so, vabbe’, insomma, avete capito).

Come se non bastasse facevamo dei bagni da un’ora minimo e giocavamo a schiaccia 7, a una sorta di basket e a un gioco fantastico in cui in sostanza, dopo aver lanciato la palla, vinceva chi, al via, correndo in acqua la prendeva per primo. La cosa era che durante questa corsa ci saltavamo addosso, ci placcavamo alla grande e non riuscivo a non ridere all’idea di quello che gli altri vedendoci avrebbero potuto pensare.

Infine ci dilettavamo in chiacchierate imitando il dialetto del posto, cosa che a me diverte tantissimo perché mi rendo conto di quante differenze ci siano nella lingua parlata dalle persone di una stessa nazione semplicemente spostandosi da una regione all’altra.

Penso che tra poco mi addormenterò con la testa appoggiata al finestrino dell’aereo. Eh, si vede che non sono più abituata alla vita da studentessa che si alza ogni mattina alle 6.50.

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