Ornette Coleman: Bologna, Milano, Harlem (e io con lui)

Non capisco niente di jazz, ma diversi anni fa ebbi l’occasione di organizzare un grande concerto di Ornette Coleman, morto a 85 anni, all’Arena del Parco Nord di Bologna. Arrivava da Amsterdam, assieme al figlio, il batterista Denardo Coleman che gli faceva anche da manager e il resto della band.

 

aaaaorntette

Abbrutiti dalla stanchezza

Erano tutti abbruttiti di stanchezza a causa del viaggio, ma il concerto fu un trionfo. Sapendo quanto è duro girare come trottole per tournée, cercai di accoglierli nel migliore dei modi: cena nel back stage, rassegna stampa, auto che li portavano in albergo… quei piccoli accorgimenti che fanno la differenza fra essere accolti ed essere usati.

Evidentemente non era prassi comune, perché al momento dei saluti, Coleman mi diede il suo telefono dicendomi che la prima volta che fossi andata a New York avrebbe contracambiato la mia cortesia. Gli risposi che, purtroppo per lui, avevo già acquistato il biglietto aereo per la Grande Mela, dove sarei arrivata tre giorni dopo e, se proprio voleva ringraziarmi, mi facesse fare un giro per Harlem, dove mai avrei avuto il coraggio di addentrarmi da sola.

 

Harlem, New York

Tutto poteva restare puro scambio di cortesia, se Coleman non fosse stato uno di parola. Una volta a New York mantenne la promessa e con lui girai tutta Harlem.

 

Un pantagruelico mix di fagioli e patate

La cena, prima di andare all’Apollo Theater, tempio della musica Jazz, fu un “soul food”, una specie di pantagruelico mix di fagioli e patate in umido più cibo fritto di sconosciuta natura. Io, per strada, camminavo appesa alla sua manica perché ero l’unica bianca che circolava quella sera per Harlem.

 

Una leggenda della musica

Non mi rendevo conto di chiacchierare con una leggenda della musica e cercavo solo faticosamente di capire tutto quello che diceva, con il suo marcatissimo accento texano. Mi raccontò che quando era ragazzino aveva iniziato a suonare con un sax di plastica e si allenava sul tetto di un albergo in cui era stato assunto come lift degli ascensori.

 

 Al piano terreno di una delle casette di Harlem

Il giorno seguente mi chiese di andare a casa sua per tradurgli una proposta per una composizione che gli aveva richiesto la Scala di Milano. Abitava al piano terreno di una delle casette classiche di Harlem, un modestissimo appartamento nel quale sembrava che fossero appena arrivati i facchini a portare i mobili.

Mi stupii della modestia dell’alloggio. Seppi più tardi che, per contrasto, era anche un raffinatissimo collezionista d’arte. Per ringraziarmi della traduzione mi fece avere tutti i giornali italiani che aveva trovato in edicola, compresa la Gazzetta dello sport, che mai mi sarei sognata di leggere in Italia e, siccome mi aveva maldestramente rovesciato addosso il caffè che aveva preparato, mi regalò una delle sue camicie di seta che si faceva cucire su misura e spedire da Hong Kong.

 

Un’opera jazz per la Scala di Milano

Capitò che gli feci ancora da interprete a Milano, quando tornò per parlare di persona con il soprintendente della Scala di Milano, che gli chiese una cosa bizzarra: un’opera jazz che avesse come ispirazione una partita di baseball.

Coleman rimase piuttosto perplesso e più tardi disse che francamente non gliene importava nulla. I

 

Un anticonformista al Biffi

In compenso volle andare a mangiare al Biffi Scala, malgrado gli dicessi che in quel ristorante un piatto di gnocchi costava una pepita d’oro. Mangiò in silenzio e l’unico commento che fece uscendo fu: “Credevo meglio”. Ornette Coleman era così. Un mix di raffinatezza estrema e di estrema semplicità. Un anticonformista.

 

Authors

Pubblicità

Articoli collegati

Commenti

Alto