Berlinale: parte con Django, film “corretto” ma senza il colpo di reni

Sfilano i primi divi sul tappeto rosso della Berlinale: si sono già fatti vedere Hugh Jackman, Richard Gere – che ha incontrato in mattinata la Cancelliera Angela Merkel per parlare della situazione in Tibet – e l’intramontabile Catherine Deneuve. E non sono mancate nemmeno le polemiche durante la prima conferenza stampa con la giuria: il presidente di questa sessantasettesima edizione della Berlinale, Paul Verhoeven, veniva subissato di domande sul successo del suo ultimo film, “Elle”, in America, fin quando il moderatore ha invitato i giornalisti a focalizzarsi sulla Berlinale e non sui premi Oscar.

Django non convince e non delude

Nel frattempo è stato presentato alla stampa “Django”, che ha aperto la kermesse, senza però ricevere una grande accoglienza. Il film di Etienne Comar – produttore di grande esperienza che qui si presenta in versione regista – paga il fatto di rimanere in mezzo al guado. Una pellicola che né convince né delude, l’opera di un mestierante non particolarmente ispirato.

Un mito della musica jazz

Eppure la storia raccontata è interessante: Django Reinhardt, interpretato dall’ottimo Reda Kateb, è un mito della musica jazz. Da bambino un incendio gli ha storpiato definitivamente una mano e lo ha costretto a lasciare il banjo a favore della chitarra. Ma il suo passato è appena accennato: la storia si focalizza nella Parigi occupata dai nazisti, nel 1943, quando Django gode di grande popolarità.

Ai nazisti non piacciono le origini gitane

Alcuni membri della propaganda gli mettono gli occhi addosso, organizzando per lui un tour in Germania che lo porterebbe addirittura a esibirsi di fronte a Hitler. Ma ai nazisti piacciono molto meno le sue origini gitane e l’intervento di una paladina della Resistenza, che ha il volto di Cecile de France (nella foto sopra), basterà a salvare la pelle di Django ma non quello della comunità dove si è formato ed è cresciuto.

Una storia vera, raccontata con troppo garbo

Una storia vera, raccontata con garbo. Persino troppo. Buoni e cattivi sono allineati esattamente dove il pubblico se lo aspetta. Manca una forza reagente che animi un racconto troppo lineare per coinvolgere. Gli attori sono convincenti, meno i personaggi.

Anche quando mettono se stessi davanti a tutto (Django, la sua compagna e la madre scappano in Svizzera, mentre per molti gitani comincia il calvario delle persecuzioni), il regista finisce per compiacerli. E infatti il film si chiude nel 1945, quando Django ha composto un requiem per gli amici assassinati. Manca il colpo di reni. Il sussulto che possa dare benzina ad un grande Festival.

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