Polmonite: chi l’ha avuta deve stare attento per un anno (soprattutto gli anziani)

L’inverno appena trascorso è stato caratterizzato da un numero particolarmente elevato di polmoniti, una patologia da non sottovalutare, che può avere un decorso complicato, specie negli anziani o in persone che hanno altre malattie.

Vediamo che cosa è importante sapere al riguardo, con l’aiuto del dottor George Cremona, Responsabile del Servizio di Pneumologia e Fisiologia Respiratoria dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano (nella foto qui sotto).

Che cos’è la polmonite e quali sintomi dà?

È un’infezione di origine batterica o virale (più raramente, fungina) della parte più periferica del polmone, il parenchima, che è quella in cui avvengono gli scambi di ossigeno e anidride carbonica.  Nel 30-50% dei casi il responsabile è un batterio, lo Streptococco Pneumoniae.

La classica polmonite ha di solito un esordio brusco, con febbre alta (sopra il 38,5°), tosse produttiva di catarro, dolore al torace dalla parte del polmone coinvolto, mancanza di fiato. La maggior parte dei pazienti riconosce che non si tratta di una cosa banale e va dal medico. In questi casi, la diagnosi non è difficile, anche se si fa comunque una radiografia per averne la conferma.

Altre volte i sintomi possono essere meno chiari?

Sì. Esistono polmoniti più subdole, le cosiddette “polmoniti atipiche”, che hanno una presentazione molto più insidiosa: febbricola, mal di gola o raffreddore, voce rauca, tosse secca che non si risolve. In questi casi si può trattare di una polmonite virale o legata a batteri come il Micoplasma Pneumonium o la Clamidia Pneumoniae.

E che dire delle “polmoniti da ospedale”?

Si tratta di polmoniti acquisite in ospedale, da soggetti ricoverati. I sintomi sono simili a quelli della polmonite classica, ma spesso all’origine ci sono batteri particolari (come lo Staphylococcus aureus),  resistenti ai trattamenti antibiotici e più difficili da trattare.

Come si contrae la polmonite?

Spesso è la conseguenza di un abbassamento delle difese immunitarie del nostro organismo. Succede che i germi cosiddetti “saprofiti” che abitano normalmente nel nostro cavo orale (naso, bocca) riescano a spingersi fino agli alveoli e a penetrare nel polmone.

Un fattore di rischio importante è l’influenza, che rende l’organismo più vulnerabile al rischio di contrarre infezioni.

Anche un’esposizione prolungata al freddo o uno sbalzo di temperatura importante (per esempio, in estate, il passaggio dalla temperatura esterna a quella di un interno con aria condizionata),  rallentando le difese immunitarie, espone alla possibilità di contrarre la polmonite.

Ci sono persone più a rischio?

Sì. Le fasce più vulnerabili sono i bambini (in particolare al di sotto dei due anni, il cui  sistema immunitario non è ancora del tutto formato) e le persone più avanti con l’età (sopra i 65 anni).

Negli anziani spesso i sintomi sono molto meno marcati e la patologia è più subdola. Tra l’altro, è più facile che siano presenti anche altre patologie, per cui il decorso può essere un po’ più complicato.

Ma si può in qualche modo prevenire?

Come prevenzione, esistono due tipi di vaccini: il vaccino anti- influenzale (come abbiamo detto, l’influenza è uno dei maggiori fattori di rischio che predispongono alla polmonite) e, per alcune categorie di persone (chi ha una patologia polmonare cronica, i diabetici, i cardiopatici…), il vaccino contro lo Streptococco Pneumoniae, il germe responsabile del maggior numero di polmoniti. Quest’ultimo abbassa il rischio di acquisire la patologia e, nel caso in cui venga contratta, ne mitiga la severità.

Come viene trattata la polmonite?

Nella maggior parte dei casi viene trattata a domicilio, con una terapia antibiotica che dura in media dai 7 ai 15 giorni. Le forme più gravi, che spesso coinvolgono entrambi i polmoni, richiedono invece l’ospedalizzazione, per tenere sotto controllo il decorso ed evitare complicanze.

Che cosa aspettarsi?

Di solito, già nelle prime 72 ore si ha un miglioramento significativo dei sintomi: la febbre si abbassa, la tosse diminuisce. Rimane la stanchezza, che può durare qualche settimana. La risoluzione completa in una persona giovane si può avere in un mese, nella persona più avanti con gli anni può richiedere un po’ più tempo (due-tre mesi).

Per circa 12 mesi, l’organismo rimane un po’ più vulnerabile nei confronti di questa patologia. Per questo si raccomanda di sottoporsi al vaccino anti-influenzale e di evitare esposizioni al freddo o agli sbalzi di temperatura.

È necessaria una radiografia di controllo?

Sì. Una radiografia a distanza serve a verificare la risoluzione della patologia: può essere fatta dopo un mese nella persona giovane; dopo circa due mesi in chi è più avanti con gli anni.

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