Non è un mondo per madri: la (non) maternità ai tempi della globalizzazione

Questo non è un paese per madri, anzi: questo non è un mondo per madri. Detto ciò, la considerazione di Flavia Gasperetti (nella foto sotto) nel suo “Madri e no” (Marsilio, 189 pagine, 17 euro), in libreria da pochi giorni, non poggia su un assunto ideologico, ma su dati di realtà: i numeri dell’Istat, infatti, dicono che le italiane hanno 1,32 figli a testa, nonostante non sia il minimo storico, stabilito tra il 1976 e il 1995, quando la natalità raggiunse 1,19 figli per donna. Dando uno sguardo a quel che accade al di là dei nostri confini, si scopre che una nazione come la Francia ha una media di 1,96. Ma oltralpe c’è un organizzazione sociale, fatta di servizi e incentivi, che da noi non esiste.

Osservatrice e osservata

Flavia Gasperetti, scrittrice, traduttrice e storica del lavoro femminile, si fa qualche domanda: “Come abbiamo fatto a costruire un habitat talmente sfavorevole alle madri?”. Va subito chiarito che il libro non è un manifesto dell’orgoglio nulliparo. Le teorie femministe, anche le più “arrabbiate”, nella riflessione di Gasperetti diventano un setaccio che rende lampanti le contraddizioni dell’oggi, tra scelte intime e destini collettivi. Centrale è nel libro il privato dell’autrice, il suo rapporto con i compagni e i loro figli, con la madre australiana. Gasperetti si fa osservatrice e osservata.

La situazione in Italia

Intanto lancia uno sguardo al “Mother’s Index” globale, una graduatoria che misura la qualità di vita delle madri di ciascun paese. Nell’ultimo ranking pubblicato nel 2015, l’Italia è al dodicesimo posto. Il primo spetta alla Norvegia, l’ultimo alla Somalia. La natalità è diminuita in modo più marcato nelle aree dove l’occupazione femminile è più bassa e i servizi per l’infanzia più carenti. Abruzzo, Puglie e Calabria, le regioni ultime classificate nel Mother’s Index italiano, il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta le più virtuose.

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