Tintarella: istruzioni e consigli utili (le tabelle)

Il sole ti fa bella, ma può anche provocare danni permanenti, dalle scottature ai tumori cutanei, passando per l’invecchiamento della pelle che ogni anno, finita l’estate, presenta nuove rughe e macchie. Tutti “effetti collaterali” della tintarella, che si possono prevenire con il giusto mix tra l’uso di una protezione efficace e l’adozione di pochi accorgimenti: occhiali da sole, cappello e maglietta nelle ore di irradiazione più intensa e ombra assoluta nelle ore comprese tra le 12,30 e le 14,30.

Scegliere il giusto filtro SPF

Nella scelta del filtro solare è necessario esaminare alcuni parametri. Il primo, va da sé, è sapere a quale fototipo si appartiene. Alla stessa intensità dei raggi solari, infatti, ogni individuo reagisce in modo diverso a seconda del fototipo di appartenenza. La classificazione (per la razza caucasica) prevede quattro gruppi, distinguendo in base al colore di capelli e occhi e alla reazione ai raggi solari, distinti in intensità di indice UV (vedi più avanti).

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Le variabili che fanno la differenza

La scala numerica convenzionalmente va dal 6 al 50+. Ciascuna fascia offre una protezione su un range espresso nel valore minimo dal numero di SPF indicato sulla confezione e nel valore massimo in prossimità della fascia successiva. Per esempio, un SPF 30 offre una protezione compresa fra 30 e 49,9. Quale sia il livello reale di protezione su ciascun individuo dipende dal fototipo, dall’età (bambini e anziani sono più a rischio di scottature), da eventuali patologie, dalla località di esposizione e dalla intensità dell’irradiazione UV, ma anche dalla corretta applicazione del prodotto.

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A quale fototipo appartenete?

Nella scelta del filtro solare è necessario esaminare alcuni parametri. Il primo, va da sé, è sapere a quale fototipo si appartiene. Alla stessa intensità dei raggi solari, infatti, ogni individuo reagisce in modo diverso a seconda del fototipo di appartenenza. La classificazione (per la razza caucasica) prevede quattro gruppi, distinguendo in base al colore di capelli e occhi e alla reazione ai raggi solari, distinti in intensità di Indice UV (vedi più avanti).

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Come si calcola il fattore SPF

Il primo elemento che si nota di un prodotto solare è il fattore di protezione SPF (Sun Protection Factor), che indica il rapporto tra la dose minima di sole e la comparsa di un eritema, con o senza filtro solare. Secondo questo meccanismo, con un SPF 30 in un individuo che esposto al sole si scotta dopo un minuto, per esempio, la reazione avverrebbe dopo almeno 30 minuti (da 30 a 49,9 minuti, secondo le classificazioni standard). In realtà, la mera moltiplicazione non basta. Il fattore di protezione di un filtro, infatti, viene calcolato in laboratorio secondo una procedura standard, ma non può dare lo stesso risultato a tutti i tipi di pelle, né nelle varie circostanze in cui si trova esposti alle radiazioni UV, anche queste di intensità variabile.

Le variabili che fanno la differenza

La scala numerica convenzionalmente va dal 6 al 50+. Ciascuna fascia offre una protezione su un range espresso nel valore minimo dal numero di SPF indicato sulla confezione e nel valore massimo in prossimità della fascia successiva. Per esempio, un SPF 30 offre una protezione compresa fra 30 e 49,9. Quale sia il livello reale di protezione su ciascun individuo dipende dal fototipo, dall’età (bambini e anziani sono più a rischio di scottature), da eventuali patologie, dalla località di esposizione e dalla intensità dell’irradiazione Uv, ma anche dalla corretta applicazione del prodotto.

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Meglio abbondare

La prima variabile che riduce molto la protezione reale indicata su una crema solare è, banalmente, la quantità di prodotto applicato sulla cute. Il fattore SPF infatti è calcolato in laboratorio utilizzando 2 mg/cm2 di prodotto spalmato in modo omogeneo, che corrisponde all’incirca a 6 cucchiai di prodotto per tutto il corpo. Una modalità che nessuno rispetta: il consumatore medio ne usa circa la metà, con l’effetto di dimezzare anche la protezione attesa. L’applicazione dovrebbe inoltre essere ripetuta ogni 2 ore circa. Di fatto, applicando le dosi impiegate dai produttori, una confezione basterebbe per una sola settimana.

Davvero è resistente all’acqua?

Quando sulla confezione è riportata l’indicazione “Resistente all’acqua”, il produttore attribuisce al prodotto la capacità di rimanere pienamente efficace anche dopo due bagni, di 20 minuti ciascuno, in acqua a 27 gradi. La protezione vale il doppio (4 bagni) se qualificata come “molto resistente all’acqua”. Nella pratica si raccomanda di ripetere l’applicazione del filtro dopo il bagno e se si suda molto. La dicitura “waterproof”, invece, non dovrebbe apparire perché ingannevole: nessun solare è impermeabile all’acqua.

L’utopia del Sun block

“Protezione totale” o “Sun block” sono due dichiarazioni che non dovrebbero mai comparire sulle creme solari, perché ingannevoli: non esiste un filtro capace di garantire la protezione dal 100% delle radiazioni UV. Si ricordi inoltre che il numero del fattore SPF indicato sulla confezione è riferito solo ai raggi UVB. La protezione dagli UVA (che penetrano fino al derma) è sempre inferiore e, salvo diversa indicazione esplicita, corrisponde a circa un terzo di quella per gli Uvb.

I rischi dei filtri solari

I filtri solari non sono privi di rischi. Alcuni sono considerati allergizzanti, e ad amplificarne l’impatto gioca anche l’effetto accumulo, dovuto al largo impiego che se ne fa tutto l’anno, con la loro aggiunta nelle creme da giorno per il viso. Il tema riguarda prevalentemente i filtri chimici, ma recenti ricerche hanno evidenziato un profilo di rischio legato anche ai filtri chimici, fino a pochi anni fa considerati molto sicuri.

Alla larga da questi filtri chimici

Il meccanismo d’azione dei filtri chimici è “assorbire” le radiazioni in modo selettivo (UVB o UVA, per esempio) annientandone la portata offensiva per la cute fino all’esaurimento dell’efficacia (almeno un paio d’ore in condizioni non estreme). Tre molecole meritano di essere evitate con la massima attenzione perché fortemente sospettate di provocare allergie o sensibilizzazione, e di causare problemi ormonali (in quanto “interferenti endocrini”). Conviene verificarne l’assenza leggendo l’Inci, l’elenco degli ingredienti, sulla scatola esterna o sul contenitore del prodotto. Il loro nome è benzophenone-3, methylbenzylidencamphor e paraaminobenzoico acid (PABA).

Le nanoparticelle dei filtri fisici

I filtri solari fisici sono essenzialmente due: zinc oxide e titanium dioxide. Il meccanismo di azione è l’opposto di quelli chimici. In questo caso, i raggi solari vengono respinti in blocco. Poco apprezzati in passato, quando lasciavano uno strato bianco antiestetico, oggi sono realizzati con processi di micronizzazione, che tuttavia generano altri e ben più preoccupanti effetti collaterali. La dimensione nanometrica favorisce infatti la penetrazione nella pelle delle particelle minerali. E genera forti timori sugli effetti, ancora poco conosciuti, ma in alcuni casi allarmanti. Si veda per esempio lo studio condotto nel 2009, che ha correlato l’uso di titanium dioxide nanometrico a evidenti peggioramenti delle lesioni da dermatite atopica.

La crema ideale

Considerato che serve per proteggerci dagli effetti nocivi degli ultravioletti, insomma, la crema solare è il giusto compromesso da accettare. L’ideale è sceglierne una in cui sia presente una miscela di filtri chimici e filtri fisici. Evitando le molecole a rischio. E ricordando che ogni formulazione cosmetica ha caratteristiche diverse: le creme e le lozioni “olio in acqua” sono le più leggere e gradevoli. Il contrario – acqua in olio – dà origine a cosmetici più resistenti e con meno conservanti. I solari di solo olio possono essere senza conservanti e si spalmano bene, ma in genere hanno un fattore SPF molto basso.

L’intensità dei raggi Uv

Uno strumento di grande utilità per proteggersi dai danni del sole sono le previsioni (geolocalizzate) dell’Indice Uv, comunicate da alcuni servizi meteorologici accanto alle temperature. L’intensità dei raggi Uv che ci raggiungono varia infatti in funzione dell’ora, della latitudine, delle condizioni meteo, dello strato di ozono. Proprio come si fa consultando il meteo per sapere se portare l’ombrello, insomma, conoscere l’Indice Uv previsto nella località in cui siamo diretti permette di adattare l’abbigliamento (maniche lunghe, cappello e occhiali) e ricordare di portare una crema solare o applicarla prima di uscire. Evitando così scottature. L’indice Uv va da zero (all’alba o al tramonto o nelle giornate di pioggia) a 11 (livello che richiede di chiudersi in casa). È stato messo a punto dall’Organizzazione mondiale della sanità, assieme ad altre istituzioni, che ha anche codificato come proteggersi ai diversi livelli di Indice Uv e in funzione del fototipo di appartenenza.

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