Nel mondo 100 milioni di bimbe “sacrificate” (i dati)

In alcuni paesi è vietato dire alle mamme in attesa “Speriamo che sia femmina”.  È di qualche giorno fa la notizia di una vietnamita che ha abortito 18 volte per non deludere il marito che desiderava un figlio maschio. Questa è una delle tante, troppe storie di aborto selettivo,  una interruzione di gravidanza quando l’embrione non è del sesso desiderato.

Si tratta di una discriminazione che colpisce soprattutto le bambine in Asia, Cina e India in particolare, e nel Caucaso, dove nascere femmina è considerato un disonore. In queste aree geografiche l’aborto selettivo è un fenomeno molto diffuso che va ad allargare il divario di genere con forti ripercussioni economiche e sociali.

 

100 milioni di donne in meno

Nel 1990 l’economista e premio Nobel indiano Amartya Sen è stato il primo a parlare di “missing women”, cioè di donne mai nate a causa dell’aborto selettivo, e a stimare che, se la Cina avesse avuto un rapporto naturale tra maschi e femmine, avremmo avuto l’11% in più di donne. Un numero, oltre 100 milioni di donne, più grande delle vittime di tutte le carestie del ventesimo secolo.

 

La mascolinizzazione demografica

Secondo un progetto di ricerca che il demografo Christophe Z. Guilmoto sta conducendo dal 2008 per il CePeD – Centre Population & Développement di Parigi, questo è un fenomeno senza precedenti nella nostra storia e non si conoscono ancora bene gli effetti sociali (declino della fertilità, patriarcato e accesso alle nuove tecnologie) e le conseguenze che potrà avere sulla popolazione adulta.

La mascolinizzazione demografica, come spiega Guilmoto, deriva in primo luogo dall’aborto selettivo di genere e poi da un eccesso di mortalità femminile nell’infanzia.

 

Dalla Cina al Caucaso

La selezione sessuale è un fenomeno osservato dal 1990, soprattutto in Cina e India, ma anche, più recentemente, nel Caucaso, Oriente e Asia meridionale e sudorientale.
Inoltre, secondo uno studio del 2013 che lo stesso Guilmoto ha curato insieme a Géraldine Duthé, in alcuni paesi dell’Europa dell’Est il rapporto tra i sessi alla nascita è stranamente alto.

Ad esempio, nel Caucaso del Sud (Armenia, Azerbaijan e Georgia) a volte ha superato 115 ragazzi per 100 ragazze (un normale rapporto sessuale è di 105), e, in misura minore, nei Balcani occidentali, come in Albania, dove si aggira intorno a 110.

 

Tutti i dati

L’emergere di uno squilibrio del sesso alla nascita è stata osservata la prima volta nei primi anni 1980 in Asia.

Verso la metà degli anni 1990 aveva raggiunto 115 ragazzi ogni 100 ragazze in Corea del Sud e Cina. Mentre in Corea del Sud ha iniziato a scendere fino a raggiungere quota 106 oggi, grazie anche a migliori condizioni di vita per la donna e a misure del Governo contro l’aborto selettivo, in Cina, invece, il rapporto tra i sessi alla nascita ha continuato ad aumentare, raggiungendo un livello di 120 maschi per 100 femmine. Di recente, però, la Commissione per la pianificazione famigliare della Repubblica popolare cinese ha annunciato una nuova campagna per ridurre aborti selettivi e test prenatali sul sesso del nascituro. Il problema si è diffuso anche in altri paesi, come in Vietnam – dove il rapporto tra i sessi è aumentato negli ultimi dieci anni per raggiungere 112 nel 2012 – e in Nepal, nella regione di Kathmandu in particolare. In India, nonostante i miglioramenti negli stati nord-occidentali più colpiti (Punjab, Haryana, Rajasthan), il censimento del 2011 ha evidenziato che la selezione del sesso si è diffusa in molti altri stati, come Uttar Pradesh o Maharashtra.

 

La campagna “Lunga vita alle figlie”

Si scrive “Beti Zindabad”, ma si legge “Lunga vita alle figlie” ed è la campagna promossa da Action Aid India perché il governo indiano intensifichi le misure contro l’aborto selettivo, vietato da una legge del 1994. Ogni giorno in India non nascono 7.000 bambine. Un sistema patriarcale duro a morire impedisce alle donne di nascere e di poter affermare i propri diritti.

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