“Long tv”: Game of Thrones e Gomorra, in un libro la rivoluzione delle serie

C’è la televisione da indigestione, il “binge viewing”, che consiste nel chiudersi in casa a divorare uno dopo gli altri episodi di una serie su Netflix; e c’è la “televisione tantrica”, che richiede di assaporare lentamente gli appuntamenti seriali, riscoprendo il piacere dell’attesa. Il nuovo libro di Daniela Cardini (nella foto sotto), “Long tv: le serie televisive viste da vicino” (Edizioni Unicopli, 133 pagine, 12 euro), esplora il mondo della serialità televisiva che negli ultimi due decenni ha assunto un peso e un ruolo determinante nelle strategie produttive e distributive delle grandi media company mondiali.

È tempo di “grande serialità”

L’autrice, docente universitaria allo Iulm di Milano e tra le prime studiose italiane della serialità televisiva, introduce la nozione di “grande serialità” per individuare questa nuova fase della narrazione televisiva, che propone strutture di racconto complesse, con un’ibridazione tra linguaggio cinematografico e televisivo. Ne è un esempio estremo “The Young Pope”, di Paolo Sorrentino, “film in dieci puntate” realizzato con linguaggio autoriale, cura cinematografica della fotografia e del montaggio, presentato a Venezia come fosse un’anteprima cinematografica.

Costi di produzione alle stelle

Ma anche “Game of Thrones” o “Westworld” sono esempi di quella che è stata chiamata “cinematic tv”, che rispetto al film propone una dilatazione temporale dell’universo narrativo e rispetto al flusso televisivo offre un’esperienza visiva più elaborata. Anche per i costi di produzione la grande serialità si avvicina al cinema. “La La Land”, film premio Oscar 2017, è costato circa trenta milioni di dollari. Per le prima due stagioni di “House of Cards”, Netflix ha investito cento milioni di dollari.

Stravolto il concetto di palinsesto

Inoltre la scelta di Netflix di pubblicare tutte insieme le puntate di una stagione, stravolgendo il tradizionale appuntamento di palinsesto con la serialità televisiva, e la conseguente libertà per l’utente di guardare quanti episodi voglia nel momento che preferisce hanno modificato la stessa struttura narrativa. Se nell’era del palinsesto ogni puntata doveva concludersi con il cosiddetto “cliffhanger”, che è l’espediente di troncare l’episodio lasciando in sospeso un interrogativo tale da spingere lo spettatore a non perdere la puntata successiva, nel mondo di Netflix la continuità narrativa si rivolge a un utente che decide lui stesso quando interrompere la visione.

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