Frutti di bosco congelati: in Italia 1.787 casi di epatite A

Undici aziende, 15 lotti contaminati, altri 45 sospettati di esserlo e 1.787 casi di epatite A, i più recenti dei quali risalgono all’agosto 2014. A due anni dall’inizio della vicenda, si torna a parlare dell’epidemia causata dai frutti di bosco surgelati e infetti per trarne un bilancio. E lo si fa alla luce di un recente rapporto dell’Efsa, l’autorità europea sulla sicurezza alimentare, “Tracing food items in connection to hepatitis A”. Ma anche attraverso le parole di Roberto La Pira, del Fatto Alimentare, secondo il quale “il ministero della Salute non ha saputo fare una corretta valutazione del rischio” e, a causa di una “disastrosa comunicazione nei confronti dei cittadini”, non ha saputo contenere l’epidemia.

I primi casi risalgono al gennaio 2013

Andiamo con ordine. A gennaio 2013 si iniziano a registrare i primi casi di epatite A e l’andamento della situazione si fa via via più preoccupante, dato che a novembre di quell’anno i pazienti raggiungono quota 1.100. Sotto accusa finiscono frutti di bosco surgelati provenienti dalla Polonia, dalla Bulgaria e dalla Romania, a causa di coltivatori che sarebbero portatori sani del virus. Partono le prime campagne per affermare innanzitutto che la contaminazione non riguarda i prodotti freschi. Il ministero commenta dicendo che “non è un allarme” e a fine 2013 viene aggiornato uno studio dell’epatite nei frutti surgelati.

In Italia il 95 per cento dei casi europei

Intanto viene creato un gruppo di lavoro composto da esperti provenienti proprio da viale Ribotta che lavorano con colleghi dell’Istituto superiore di sanità e dell’Istituto zoprofilattico sperimentale di Lombardia ed Emilia Romagna. Obiettivo: “individuare le possibili fonti di contaminazione, confermare le ipotesi di sospetta correlazione con i frutti di bosco surgelati e adottare le dovute strategie”. Ma non sarebbe stato sufficiente perché, secondo l’Efsa, il 95 per cento dei casi europei di epatite A provocati dai frutti di bosco surgelati si concentra in Italia. Il dato si ferma a giugno 2014, ma è abbastanza per provocare la reazione del Fatto Alimentare, che particolare attenzione ha prestato alla vicenda.

“Trasferiti gli esperti del ministero”

“L’epidemia è rimasta una vicenda sconosciuta per decine di milioni di italiani”, afferma Roberto La Pira, “che hanno continuato a mangiare tranquillamente frutti di bosco e dolci preparati con questi frutti ignare del pericolo”. E se la prende con il ministero a cui addossa la responsabilità della diffusione della malattia per aver informato poco e male. Ma non solo. “C’è un ultimo elemento che va registrato”, dice ancora La Pira. “Otto mesi fa i funzionari che hanno seguito la crisi sono stati trasferiti ad altro servizio, anche se non sappiamo i motivi di questa decisione. La tragica realtà è che la prossima epidemia alimentare potrebbe essere gestita con le stesse modalità”.

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