Cibo: falsi miti e cattive abitudini provocano 17 milioni di malati

Pomodoro e mozzarella o prosciutto e melone? Chi vuole risparmiare sulle calorie indicherà la prima, dato che l’idea comune è che la caprese sia più leggera. Ma sbaglia, secondo una ricerca dell’università di Modena-Reggio Emilia e di quella di Losanna, dato che l’apporto calorico di prosciutto e melone è la metà rispetto al piatto all’apparenza più leggero. È uno dei luoghi comuni sul cibo che, se non chiariti, con il tempo può portare a problemi di salute che, per l’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica (Adi), riguardano 17 milioni di persone.

Sono 30 i miliardi spesi dalla sanità pubblica

Si va dal diabete di tipo 2 ai disturbi del comportamento alimentare, dalla malnutrizione calorico-proteica alle carenze nutrizionali fino alle intossicazioni che costano alla sanità pubblica, al netto delle spese ospedaliere, non meno 30 miliardi di euro, se si assommano patologie legate a sovrappeso e obesità. A questi si aggiungono sarcopenia, nutrizione artificiale domiciliare e nutraceutica. Insieme costituiscono i 10 punti elencati nel Manifesto delle criticità in nutrizione clinica e preventiva per il quadriennio 2015-2018 presentato in questi giorni dall’Adi. Un manifesto che “si propone da un lato di informare e far riflettere cittadini e opinione pubblica sulle malattie ‘da cibo’, dall’altro di scuotere le istituzioni sollecitandole all’azione e indicando loro la strada da percorrere”, si legge nel documento.

“Basta investire l’1% in più in prevenzione”

Prevenzione, soprattutto, indicato dal manifesto come un punto ancora zoppicanti. “In Italia”, viene spiegato ancora, la prevenzione “è pari a circa il 4,2% della spesa sanitaria (Agenas 2013), a fronte del 5% stabilito nel Patto della Salute 2010-2012”. E aggiunge Elena Alonzo della Società italiana di igiene, medicina preventiva e sanità pubblica (Siti) che “uno studio Ocse ha dimostrato che un aumento dell’1% della spesa in prevenzione riduce quella sanitaria del 3%”. Rimane però il problema delle risorse pubbliche da investire, rappresentato dalle “difficoltà crescenti dei Servizi di igiene degli alimenti e nutrizione (Sian) e dei Dipartimenti di prevenzione delle Asl”, bersagliati da “progressiva riduzione di organici e risorse: sul 4,2% della spesa sanitaria investito in prevenzione, solo il 7% va ai Sian”.

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