Brexit: Theresa May propone un rinvio al 30 giugno, l’Ue di 12 mesi

Brexit: eqcco un’altra novità.

La premier Theresa May ha proposto un rinvio fino al 30 giugno (ma allora i britannici votano alle europee? Non si sa).

La notizia è moltop attendibile: viene da Downing Street.

La May punta a un compromesso per sbloccare lo stallo sulla Brexit. Lo conferma nella lettera all’Ue nella quale indica l’obiettivo o di “un approccio unico” concordato con il Labour nell’ambito dei colloqui avviati con Jeremy Corbyn e il suo team, o altrimenti di un voto multiplo alla Camera dei Comuni su una serie di opzioni con l’impegno del governo a far sua quella preferita.

“Non si può consentire che l’impasse continui”, scrive la premier Tory: “essa crea incertezza e danneggia la fiducia nella politica”.

 

La Ue: rinvio di 12 mesi

Intanto il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, vuole proporre un rinvio “flessibile” di 12 mesi per la Brexit. Lo riferisce una fonte europea citata dalla Bbc.

Il suo piano permetterebbe al Regno Unito di lasciare l’Ue prima, se il Parlamento britannico ratificherà un accordo, ma la proposta dovrà essere accettata dai leader europei al vertice straordinario della prossima settimana, spiega la Bbc.

E, visti i tentennamenti di Lpondra, non sarà facile. Staremo a vedere, tanto ormai è una soap.

 

 

Il colpo di scena del 4 aprile

Nuovo colpo di scena. Niente no deal, anche a costo di dover chiedere a Bruxelles un rinvio prolungato della Brexit e, se concesso, di dover partecipare alle elezioni Europee. Lo ha deciso la notte scorsa la Camera dei Comuni britannica, imponendo al governo con un maggioranza trasversale di appena un voto – 313 a 312 – una legge ad hoc, promossa dalla deputata laburista Yvette Cooper (nella foto in apertura di pagina) e approvata con un’irrituale procedura sprint di poche ore – in attesa dell’assenso dei Lord – non senza polemiche.

Il testo impone al primo ministro Theresa May di chiedere all’Unione europea una proroga della Brexit e di escludere il “no deal”, il divorzio senza un accordo. Ora la proposta di legge passa alla Camera dei Lord, dove salvo ostruzionismi potrebbe completare l’iter in poche ore.

Un colpo a effetto

Si è trattato dell’ultimo colpo a effetto di una Gran Bretagna in piena fibrillazione, impegnata a provare a fare ciò che non è riuscita a fare in quasi tre anni: in un’affannata corsa contro il tempo alla caccia di una via d’uscita sul dossier Brexit affidata intanto alle incerte speranze di un qualche compromesso fra Theresa May e Jeremy Corbyn, dopo l’apertura al dialogo con il leader dell’opposizione laburista su una soluzione più soft che in queste ore vale alla premier la prevedibile rivolta dei Tory brexiteer ultrà e qualche nuova defezione nel suo governo.

 

Primo incontro con Corbyn

Il ghiaccio è stato rotto in un primo incontro faccia a faccia a Westminster durato due ore. Colloquio andato “molto bene”, secondo le poche parole strappate inizialmente al volo da una giornalista al “compagno Jeremy”; “utile, ma non risolutivo”, secondo quelle di una successiva dichiarazione più articolata e molto cauta.

 

Il tentativo di un accordo con Corbyn: le notizie del 2 aprile

Svolta importante della premier britannica. Theresa May ha aperto, ieri sera, in un discorso alla nazione a un compromesso con il leader laburista Jeremy Corbyn per trovare una proposta di “accordo condiviso” sulla Brexit in grado di ottenere la maggioranza in Parlamento.

La premier Tory non ha escluso il no deal a priori, ma ha insistito sul divorzio con un accordo come la soluzione migliore, indicando di voler chiedere a Bruxelles “una breve estensione” ulteriore del rinvio dell’uscita dall’Ue.

“Ho sempre creduto che potremmo fare di un no deal un successo”, ha premesso May, aggiungendo di avere tuttavia alla fine deciso di optare per la ricerca di un compromesso e di considerare preferibile uscire dall’Ue “con un accordo”.

Una proroga per trovare una soluzione

“Quindi avremo bisogno di un’ulteriore estensione dell’articolo 50, che sia la più breve possibile e abbia il fine di far passare un deal”, ha proseguito. “Dobbiamo essere chiari – ha ripreso la premier – su ciò per cui questa estensione serve: assicurare un’uscita tempestiva e ordinata” dall’Unione. “Questo dibattito, questa divisione, non possono trascinarci oltre”, ha sottolineato.

 

Un compromesso con i laburisti

La May ha quindi annunciato di volersi sedere a un tavolo con Corbyn per trovare un compromesso. Precisando che se questo compromesso non verrà trovato, entrambi dovranno affidarsi all’opzione che emergerà come preferita in Parlamento. “Questo è un momento decisivo”, ha concluso la premier, allontanando per ora la prospettiva di elezioni anticipate e invocando come bussola “l’interesse nazionale” britannico.

 

Nuova scadenza al 22 maggio

Theresa May ha confermato che l’obiettivo di un ulteriore rinvio da chiedere all’Ue non dovrebbe andare oltre il 22 maggio. La premier Tory ha infatti ribadito la sua intenzione di non far partecipare il Regno Unito alle prossime elezioni europee.

 

Corbyn “felice di incontrare la premier”

Jeremy Corbyn si è detto, a sua volta, “molto felice” di incontrare Theresa May. Lo riferisce il Guardian, dopo che la premier britannica ha offerto al leader laburista di trovare un accordo condiviso per scongiurare il no deal con Bruxelles.

“Incontreremo il primo ministro. Riconosciamo che ha fatto un passo, io sento la responsabilità di rappresentare le persone che hanno sostenuto il Labour alle ultime elezioni, ma anche coloro che non lo hanno fatto e vogliono comunque sicurezza e delle certezze per il loro futuro. E questa è la base sulla quale la incontreremo e discuteremo”, ha detto il leader dell’opposizione, secondo quanto riferisce l’agenzia Pa.

 

La “pazienza” dell’Europa

“Anche se, dopo oggi, non sappiamo quale sarà il risultato finale, cerchiamo di essere pazienti”, scrive il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, su Twitter.

 

Resa dei conti in casa Tory per la Brexit soft

Resa dei conti in casa Tory, dopo l’annuncio di Theresa May in favore di un compromesso con Jeremy Corbyn su una Brexit soft.

“È molto deludente che il governo abbia ritenuto di affidare la realizzazione finale della Brexit a Jeremy Corbyn e al Labour”, ha detto fra i dissidenti brexiteer Boris Johnson, annunciando subito voto contrario a prescindere.

“La premier ha deciso che qualunque deal sia meglio di un no deal”, ha insistito Johnson, pronosticando “un accordo molto cattivo che ci lascerà sudditi dell’Ue”.

Le quattro bocciature del 2 aprile

 

La Camera dei comuni ha bocciato le 4 alternative al piano di Theresa May per la Brexit. Una hard Brexit diventa quasi inevitabile. Domani, mercoledì 3 aprile, il Regno Unito avrà l’ultima possibilità di rompere lo stallo o di affrontare l’abisso. Lo scrive su Twitter il coordinatore del Parlamento europeo sulla Brexit, Guy Verhofstadt, dopo la bocciatura da parte dei deputati britannici delle 4 alternative all’accordo con l’Ue di Theresa May.

Le alternative respinte

L’emendamento presentato dal deputato Ken Clarke, che invitava il Regno Unito a negoziare un’unione doganale permanente con l’Ue dopo la Brexit, è stato respinto per tre voti (favorevoli 273, contrari 276). Un secondo, presentato dal deputato laburista Peter Kyle, secondo cui qualsiasi accordo di ritiro deve essere confermato con un referendum popolare, è stato respinto per 12 voti (favorevoli 280, contrari 292). Un terzo, presentato da Johanna Cerry, che attribuiva poteri sovrani al Parlamento sul governo e chiede di cercare una ulteriore proroga dell’Articolo 50, è stato respinto per 101 voti (favorevoli 191, contrari 292).

Accordi ad hoc con alcuni Paesi

Il quarto, presentato da Nick Boles, è stato respinto per 21 voti (favorevoli 261, contrari 282): proponeva la soluzione denominata “Mercato comune 2.0”, ovvero ‘Norvegia Plus’ e chiedeva (oltre alla libera circolazione) il ritorno del Regno Unito nell’Efta (l’Accordo europeo di libero scambio fondato proprio da Londra nel 1960 prima dell’adesione alla Comunità europea nel 1973) e quindi la permanenza nel mercato unico Ue come tutti i membri (insieme a Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera) attraverso il trattato sullo Spazio Economico europeo (accordi ad hoc con la Svizzera).

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